#Finsubito news dalla rete – La valigetta sul treno, la fuga degli agenti per salvare i passeggeri e il boato che fece tremare Trento: la storia dell’attentato e il sacrificio di due poliziotti


di
Luigi Sardi

Morirono dilaniati il brigadiere Filippo Foti e l’agente scelto Edoardo Martini. La valigia abbandonata sul treno a Innsbruck. L’attentato del 1967 e la stagione del terrorismo altoatesino separatista

Quel 30 settembre 1967 era un sabato sereno con la città a pensare alla serata conclusiva del Festival del Film della Montagna, alle feste dell’uva, preludio a quelle liete del vino quando Trento e l’Italia tutta vissero una giornata di tragedia. La detonazione era stata violentissima, piena di cupi rimbombi. 

Quanti, sobbalzando, avevano alzato gli occhi verso il Doss Trento e il monumento a Cesare Battisti ritenuto, in quell’epoca, uno dei bersagli possibili dei separatisti tirolesi, perché lo scoppio era avvenuto da quella parte, avevano visto una colonna di fumo biancastro sospinta verso gli orti di Campotrentino dalla lieve brezza che soffiava da sud. Erano bastati pochi istanti per capire che la deflagrazione era avvenuta alla stazione ferroviaria e la cronaca di quegli attimi è fissata sulla prima pagina dell’ «Alto Adige» dal giornalista Franco Filippini: «Ore 14.44. Altre due croci si aggiungono alle tredici che sono state piantate nel cimitero dell’odio» perché l’esplosione che aveva dilaniato il brigadiere della Polfer Filippo Foti e l’agente scelto Edoardo Martini poteva avere in quell’epoca una sola matrice: il terrorismo tirolese che in un arco di tempo che va dal 26 aprile del 1946 al momento dell’attentato alla stazione aveva compiuto decine di attentati. E, francamente, non potevano esserci dubbi. Ma da tempo incombono gravi sospetti purtroppo insoluti. Che hanno assolto i separatisti tirolesi facendo pensare a quella chiamata, nel trapassato remoto, «strategia della tensione» oppure «strage di Stato.




















































Clima di tensione

In quel clima di tensione, il treno denominato Alpen Express proveniente da Monaco di Baviera e diretto a Roma, zeppo di passeggeri, era arrivato a Trento in forte ritardo e nelle ore immediatamente successive all’attentato si era accertato che in uno scompartimento di seconda classe, un giovanotto biondo che indossava un impermeabile chiaro, era salito alla stazione di Innsbruck alle 10.23, aveva lasciato su una reticella una valigia di color verde e si era fermato nel corridoio. Poi era sceso alla stazione di Brennero per sparire a bordo di un’auto. Stranamente nessuno aveva notato l’unico passeggero in quello scalo quasi sempre deserto, nonostante il notevole numero di agenti della polizia di Stato, carabinieri, uomini delle Fiamme gialle, dell’ Esercito, dei servizi segreti presenti in quel minuscolo borgo di un confine «caldo».

La valigia

E’ giudiziariamente documentato che la valigia abbandonata da quel giovane apparso ai compagni di scompartimento «molto nervoso», aveva allarmato tutti. Quando il treno si era fermato a Bolzano, una donna si era affacciata ad un finestrino avvertendo un ferroviere che un bagaglio era stato dimenticato, ma il convoglio era ripartito mentre accorrevano gli agenti della Polfer. Così il viaggio della valigia abbandonata aveva preceduto le telefonate di allarme fatte alle stazioni di Ora e Mezzocorona. «Una valigia che compie un viaggio troppo strano» scrisse il giornalista Piero Agostini sul quotidiano «Alto Adige» di domenica 1 ottobre, sorpreso dal comportamento di quel giovanotto biondo che aveva fatto di tutto per farsi notare e da quelle telefonate da stazione a stazione, che per tragica beffa, davano l’allarme pochi istanti dopo la partenza del convoglio. Che doveva giungere a Trento alle 13.42, ma arrivò alle 14.15. Questa volta ad attendere il treno c’erano due agenti della Polizia ferroviaria. Filippo Foti ed Edoardo Martini presero in consegna la valigia. Prima la portarono sotto la pensilina all’ingresso del bar, poi nell’ufficio della Polfer quindi attraversato il fascio dei binari, raggiunsero un luogo appartato. L’agente scelto Martini portava la valigia, ma non l’aprì. L’ordigno era controllato da un timer; lo scoppio di 12 chili di donarite scavò una buca di un metro dilaniando i due poliziotti: Martini era sposato con tre figli, il maggiore dei quali aveva 12 anni. Foti si doveva sposare in ottobre con Nelly Ridolfi che abitava a Trento.
L’inchiesta venne archiviata dopo aver stabilito che la bomba ad orologeria avrebbe fatto deragliare il treno fra Rovereto e Domegliara causando una terribile strage. Poi l’8 novembre del 1972, nel pieno della strategia della tensione, era stata divulgata la deposizione resa il 23 agosto del 1969 da Livio Juculano al procuratore della Repubblica di Padova nella quale si attribuiva ad un esponente di spicco di Avanguardia Nazionale, il braccio violento e armato del Msi, la paternità dalla strage di Trento. È una storia controversa, ingarbugliata, sospetta. A cominciare dalle date. La deposizione di Juculano risale all’agosto del 1969 — la strage di Piazza Fontana a datata 12 dicembre 1969 — ma la Procura della Repubblica trentina pare si sia interessata a quella deposizione solo nel 1973 dopo la pubblicazione della notizia sui giornali non solo trentini.

L’inchiesta

Finalmente l’inchiesta venne affidata all’allora giudice istruttore di Trento Antonino Crea. Archiviandola, il magistrato scrisse: «Nella complessa e contraddittoria massa di elementi raccolti nell’indagine sulla strage alla stazione, si evidenziano inquietanti spunti accusatori a carico di… che però non cristallizzano — e molto lo si deve al tempo ormai trascorso — in concreti elementi di colpevolezza». E’ certo che una donna, quella che aveva cercato di avvertire il ferroviere a Bolzano si soffermò su una delle fotografie che le venivano mostrate: che non riconobbe o, forse, preferì non farlo. Certo, davanti a quella fotografia, trasalì. Crea invitò la donna a ripensarci. A sciogliere eventuali dubbi. La teste confermò quel «Non è lui».
L’archiviazione firmata dal giudice Crea suscitò un vasto interesse perché in quei giorni, a Catanzaro, dove il processo era stato trasferito, quel personaggio di Avanguardia Nazionale era stato condannato all’ergastolo per la strage di Piazza Fontana a Milano. Era lo stesso personaggio che aveva «dimenticato» la valigia? Poi per quella strage venne assolto per insufficienza di prove e poiché quella sentenza assolutoria non piacque alla Cassazione, si ordinò la ripetizione del giudizio alle assise d’appello di Bari che nell’estate del 1985 lo mandò assolto. Furono molti gli errori investigativi. Non si comprende come e perché la deposizione di Juculano, sempre se sia attendibile, rimase in un cassetto della Procura della Repubblica di Trento al 1969 al 1973 e non si fece alcun accertamento su chi confezionò il terribile – però perfetto – ordigno assassino.

Passano gli anni; a Roma il 29 novembre 1996, in un magazzino di vestiario, si scoprono migliaia di fascicoli del defunto Ufficio Affari Riservati. Giorgio Napolitano, ministro degli Interni dell’epoca, si indigna e Roberto Martini, orfano del poliziotto, Medaglia d’Oro alla memoria, si rivolse alla magistratura di Trento pensando che in quei faldoni ci poteva essere qualche documento che poteva contenere la verità sull’attentato che gli uccise il padre. Roberto Martini aveva 42 anni, lavorava nella Banca di Trento e Bolzano, era un uomo di straordinaria simpatia e spiccata umanità. Aveva perdonato gli assassini di suo padre, ma voleva conoscere la verità. Il 19 agosto del 1997 si rivolse alla procura della Repubblica e qualche mese più tardi comprese che nessuno si era curato di compere un’indagine. Martini morì in un giorno di primavera del 1999. Appassionato ciclista, conosciutissimo nel mondo della bicicletta amatoriale trentino, stava pedalando in un luminoso giorno di sole fra Ala ed Avio quando venne investito e ucciso da un’auto. Il conducente era stato abbagliato dal sole.

5 ottobre 2026


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