Quando in pieno agosto Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi hanno lanciato l’allarme denunciando che diversi frantoi si stavano avvicinando alla nuova campagna con depositi ancora pieni di olio extravergine di oliva e difficoltà nell’accesso al credito tali da mettere in crisi la prossima raccolta, in molti si sono chiesti come questo fosse possibile in un Paese dove la bilancia import-export è in profondo rosso.
In effetti trovarsi al 31 luglio con oltre 185.373 tonnellate di olio evo invendute, di cui 108.299 interamente italiano, oltre che catastrofico sembrava anche paradossale. Da una parte il ritornello diffuso fino a oggi dal governo e cardine del nuovo Piano olivicolo nazionale è che in Italia si produrrebbe troppo poco olio e che per essere competitivi bisognerebbe aumentarne i volumi. Dall’altra il settore si trova oggi di fronte a un aumento degli stoccaggi che si attesta a più del 139% rispetto allo scorso anno in cui nei depositi italiani c’erano 45.313 tonnellate.
A giugno, quando Puglia e Calabria hanno richiesto formalmente il riconoscimento dello stato di crisi per il comparto olio, la situazione degli stoccaggi era ancora peggiore. C’è quindi un certo cortocircuito interpretativo che porta a chiedersi come mai si sia accumulato così tanto prodotto invenduto. La risposta può arrivare guardando alla caduta in picchiata dei prezzi dell’olio italiano e alla forbice che esiste con quelli comunitari e con i blend disponibili sul mercato.
Già a dicembre infatti i prezzi dell’extravergine made in Italy erano scesi a sette euro al chilogrammo, livello più basso degli ultimi tre anni. Molti hanno pensato di tenere il punto, aspettando un rialzo che non è mai arrivato, fino a trovarsi a luglio di quest’anno con un prezzo medio all’origine attestato da Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, a 5,12 euro al chilogrammo. Un prezzo inferiore di quasi la metà rispetto allo scorso anno e ciononostante ancora poco competitivo rispetto a quello estero che si attesta in media sui 3,81 euro al chilogrammo. Il problema è enorme se si considera che i costi di produzione nelle principali Regioni olivicole del Paese, ovvero Puglia, Calabria, Sicilia e Toscana, oscillano tra i 7,50 e i dieci euro al chilogrammo.
La competizione con i mercati internazionali appare la principale indiziata, come suggerisce Antonio Lauro, uno dei principali esperti di olivicoltura italiana, secondo cui i produttori competono in un mercato globale dove oli evo con origine, costi e valore molto diversi finiscono sugli stessi scaffali, e prodotti profondamente differenti vengono percepiti come equivalenti dal consumatore, mentre la grande distribuzione usa l’olio extravergine di oliva come “prodotto civetta”, ovvero ne abbassa drasticamente il prezzo per attrarre clienti.
Ma quindi l’olio italiano costa troppo? È una domanda lecita ma quella più sensata sarebbe: quanto dovrebbe costare? O meglio quale prezzo deve essere riconosciuto al produttore affinché continui a produrre, tenendo presenti i costi di produzione, inclusa la manodopera, e quale valore vogliamo dare al lavoro agricolo, che include anche conservazione del paesaggio e presidio del territorio? In questa competizione al ribasso emerge insomma l’assenza di un meccanismo di controllo di un prezzo minimo slegato dalle presunte leggi del mercato.
“L’agricoltore deve vedersi riconosciuto il beneficio che il proprio lavoro dà al territorio e questo va al di là del commercio. Abbiamo voluto mantenere alti i prezzi in una dinamica di rialzo e ora che abbiamo gli stoccaggi pieni come si farà a garantire un prezzo remunerativo ai produttori? Un sistema corretto sarebbe un sistema dove i prezzi vengono stabiliti rispetto ai costi di produzione e partendo da lì si segue il prezzo del mercato -spiega Massimo Carlotti, presidente di Terre dell’Etruria, una società cooperativa agricola tra produttori e una delle più grandi realtà del mondo agricolo toscano-. Agroindustria e grande distribuzione sono attori fondamentali, ma è necessario un meccanismo di regolazione dei prezzi e misure importanti per sostenere chi produce, riconoscendo nel prezzo un valore che va al di là del mercato. Esistono già dei sistemi per garantire un’equa distribuzione del prezzo lungo la filiera. Dobbiamo e possiamo farlo”.
Perché allora non si fa? Perché non c’è un reale accordo di filiera né la volontà di intervenire in maniera vincolante in un mercato in cui circa il 70% è gestito dalla grande distribuzione e la governance dei primi cinque o sei gruppi industriali controlla oltre il 60% dell’olio confezionato distribuito dalla stessa Gdo, determinando i prezzi di acquisto al produttore e inondando il mercato con oli comunitari e non comunitari. Il consumatore si ritrova così davanti alla scelta se “comprare italiano” o comprare a prezzi più accessibili, e tanti olivicoltori davanti a quella tra svendere, trovare altri canali o tenere i depositi pieni.
“Ho venduto tutto l’Igp Toscana che ho prodotto, mi è rimasto un po’ del 100% italiano perché nel mese di marzo mi sono rifiutato di svenderlo a sei euro -racconta un produttore che preferisce non esporsi-. Non so se ho sbagliato o se è stata piuttosto rabbia dettata dall’orgoglio. Oggi me ne sto pentendo un pochettino, ma alla fine me ne restano solo poche centinaia di litri. L’anno scorso ero nella situazione di poterlo fare, la prossima campagna non lo so, i contratti con i distributori si fanno ora, se non sono stati già fatti”. Per tenere l’olio fermo c’è bisogno di capacità di stoccaggio e di disponibilità finanziaria: “Magari lo fai ma devi fare anche i conti con una nuova campagna da affrontare e nuovi costi di produzione. Se l’azienda si destabilizza rischi di perderla perché l’accesso al credito è limitato e costoso”.
Il rischio è di fallire o vendere a poco terre e mezzi di produzione, mentre i grossi player vanno sempre all’incasso, potendo contare sui profitti delle vendite di oli blend e sulla possibilità di acquistare prodotto quando i prezzi all’origine sono al ribasso, se non addirittura di acquistare interi rami d’azienda. “Il cibo è la nuova miniera d’oro dei fondi speculativi e oggi nelle campagne italiane si vedono molti produttori costretti a vendere terreni e aziende, e grandi fondi pronti ad acquistarle”, dice Carlotti.
Potrebbe sorprendere ma già oggi il vero gigante dell’olio italiano non è più italiano dal 2014. Secondo il rapporto “L’industria dell’olio d’oliva in Italia” dell’Area studi Mediobanca a comandare il settore con un fatturato riferito all’anno 2022 di 490,9 milioni di euro è il Gruppo Salov, detentore dei marchi Filippo Berio e Sagra, controllato dal gigante statale cinese Bright food group. Una governance estera che ha garantito a Salov le risorse finanziarie per espandersi sui mercati internazionali. Non è da meno Oleificio Salvadori Srl, con sede a Scandicci (FI), uno dei player storici del panorama olivicolo italiano e tutt’oggi a guida italiana, con 412,8 milioni di euro di fatturato, tra i leader del private label e tra i principali fornitori industriali di olio in bottiglia per le catene della Gdo italiana ed estera.
Altro esempio di governance straniera è il gruppo Doleo Sa che detiene i marchi italiani Carapelli, Bertolli e Sasso (con un giro d’affari aggregato che possiamo stimare intorno ai 365 milioni di euro per il 2024), una multinazionale con sede a Madrid, in cui la maggioranza del capitale fa capo a fondi di investimento come il fondo britannico Cvc Capital Partners e Alchemy. Il gruppo è oggi al centro di una complessa scalata da parte dell’italiana Pietro Coricelli Spa (244,5 milioni di euro), azienda familiare con sede a Spoleto, detentrice dei marchi Coricelli e Olio Cirio. In questo caso la struttura societaria si è progressivamente spostata verso la Spagna, dove ha sede Farmers elite global, holding che rappresenta la matrice del conglomerato familiare e dalla quale dipendono società operative in Italia, Spagna e Stati Uniti che permettono di sviluppare volumi elevati sia nel segmento private label sia a marchio proprio.
Per i maggiori produttori d’oliva, sempre secondo Mediobanca, nel decennio 2015-2024 le vendite sono cresciute a un tasso medio annuo del 7%, ma al di là del mondo finanziario è interessante notare la grande scissione tra brand e produzione agricola. In pratica i marchi italiani di grande consumo non rappresentano olio coltivato in Italia (a parte linee specifiche e nicchie certificate Dop/Igp), ma piuttosto l’ingegneria di processo svolta negli stabilimenti italiani su materia prima proveniente dai mercati a basso costo, trasformando il distretto oleario italiano in un hub globale di raffinazione e condizionamento. È qui che bisogna guardare per comprendere la crisi attuale.
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