L’incremento è maggiore nel pubblico che nel privato. Ma le Pmi rischiano di essere escluse dalla corsa all’innovazione. E il trasferimento tecnologico ancora non funziona
In una settimana caratterizzata da tensioni tra il governo Meloni e l’Istat, proprio dall’istituto centrale di statistica arriva una notizia che contiene luci e ombre ma che ci racconta come in Italia la spesa in Ricerca e sviluppo alla fine cresca. E come accanto alle imprese lieviti un inedito protagonismo delle università. È unanime nella business community il richiamo all’Italia a cambiar marcia nella ricerca, a investire sul futuro e sul capitale umano e per una volta, seppure nella misura che vedremo, si può dire che quest’appello è stato accolto. Non siamo fermi, come pure tanti temevano, ma siamo in movimento benché con asimmetrie e contraddizioni. Avremmo sicuramente bisogno di più ma, come vedremo, ci sono dei fattori strutturali che frenano.
Istituzioni in testa
Ma andiamo ai numeri nudi e crudi e cominciamo dal confronto 2024 su 2023: la spesa in R&S è cresciuta a prezzi correnti del 5,6%. L’aumento interessa tutti i settori istituzionali, con un incremento più marcato nelle università con il 13,4%. Nel settore pubblico la spesa è aumentata del 4,7% mentre nel sistema delle imprese si è saliti di meno (+2,4%). Nel 2025 i dati preliminari segnalano addirittura una riduzione degli investimenti delle imprese in R&S (-2,6% sul 2024) compensata da un incremento del 6,2% delle istituzioni pubbliche e del 6,4% del non profit. In definitiva, l’incidenza sul Pil della spesa per la ricerca è passata nel 2024 dall’1,37% all’1,40%. Con tutta evidenza, ancora troppo poco.
L’Istat ci dice che le imprese comunque restano il principale motore della R&S: 18 miliardi di euro, più della metà del totale. In seconda posizione troviamo le università con il 26,9%, ma con circa due punti di incremento sull’anno precedente. Il contributo del settore pubblico e del non profit è rimasto sui livelli precedenti. L’autofinanziamento è per le imprese la principale modalità di reperimento delle risorse, a prescindere dalla fascia dimensionale.
I finanziamenti pubblici sono relativamente maggiori nelle piccole imprese che nelle grandi (8,5% contro 5,2%) mentre il contributo fornito da soggetti stranieri è più significativo nelle grandi che nelle piccole (14,5% contro 10,2%). Ma è proprio il tema della dimensione delle aziende che merita un focus perché qui si annida uno dei problemi strutturali che condizionano l’intero movimento per la ricerca.
La forbice fra grandi e piccoli
La spesa in R&S si va infatti polarizzando: nel ‘24 le grandi imprese hanno investito il 6,4% in più mentre, ahinoi, le piccole con meno di 50 addetti hanno visto crollare questa tipologia di spesa con – 13,7% in un solo anno. Le imprese di media dimensione hanno subito anch’esse un arretramento del 5,2%.
Ogni commento in merito rischia di essere poco originale, torniamo al tema della taglia delle aziende che non consente un adeguato investimento in R&S e, di conseguenza, una cura relativa del capitale umano. Spiega l’Istat: «È questa una delle principali cause che impediscono all’Italia di raggiungere i livelli di intensità in R&S dei maggiori Paesi europei».
I settori che investono di più sono la produzione di mezzi di trasporto e la fabbricazione di macchinari che lasciano indietro elettronica, informatica e farmaceutica. In difficoltà a finanziare la ricerca risultano le telecomunicazioni. Ma il dato Istat interessante riguarda la governance delle imprese più votate all’innovazione: sono le multinazionali sia a controllo italiano sia a controllo estero che si dividono quasi in parti uguali l’82,2% della spesa complessiva in R&S del sistema delle imprese.
Prodotti e processi
In che tipologia di ricerca investe prevalentemente l’Italia? Nel 2024 l’aumento più evidente riguarda la componente dello sviluppo sperimentale di nuovi prodotti e processi. Si conferma anche la tendenza alla crescita della spesa nella ricerca di base. La ricerca applicata è sì la principale voce di investimento, ma registra nel 2024 un aumento più contenuto.
Se poi ci limitiamo a osservare la spesa delle imprese in attività di R&S, cresce di più quella prossima all’industrializzazione mentre batte il passo la ricerca di base. Le scienze ingegneristiche e la ricerca tecnologica si confermano il principale campo scientifico in cui si investe e sono seguite, a molta distanza, dalle scienze naturali e dalle scienze mediche e sanitarie. Le Regioni in cui si concentra la spesa in ricerca sono quattro: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte. È significativo, a proposito sempre della dimensione di impresa, che il Veneto risulti staccato di ben 13 punti dalla Lombardia. Di significativo nel 2024 c’è anche un aumento al Sud che, quantomeno, riduce il divario. Al Nord la spesa è sostenuta in prevalenza dalle imprese mentre al Sud dal settore pubblico e dalle università. Infine uno sguardo all’occupazione e al capitale umano. Siamo nel campo delle ombre perché il personale addetto alla R&S (compresi i lavoratori con forme parziali d’impiego) è di sole 510 mila unità e nel 2024 è stato stimato addirittura in calo dell’1,8%. Il calo è dovuto soprattutto alle imprese che hanno tagliato oltre il 10% degli addetti che solo in parte è compensato dall’importante aumento registrato nelle università (+12%).
Il rischio per le Pmi
Quali riflessioni da questi dati? La soddisfazione per la crescita lascia aperti molti problemi. Innanzitutto permane il divario internazionale, l’Italia è un vagone di coda delle economie Ocse nella spesa in ricerca. L’1,40% del Pil va confrontato con il 2,25% della media Ue e l’oltre 3% di Germania e Usa. La piccola crescita del 2024 poi è asimmetrica: le imprese hanno decelerato nel 2024 e sono stimate in contrazione nel 2025. Di fatto le Pmi rischiano di essere escluse progressivamente dall’ecosistema dell’innovazione. Le grandi imprese e le multinazionali tengono alta la bandiera ma non sono sufficienti a livello di sistema. È vero poi che le università sono la vera novità, ma la critica che avanza la comunità scientifica riguarda la capacità di trasferire questa ricerca d’eccellenza al mercato (il technology transfer), visto che l’attività brevettuale italiana rimane inferiore rispetto a quella della Germania o della Francia.
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