#Finsubito news dalla rete – Cremona Sera – L’Italia, dove il futuro si eredita


C’è una domanda che l’Italia tende a porsi nel modo sbagliato. Non è soltanto: i giovani di oggi stanno peggio dei loro genitori? La risposta dipende da cosa misuriamo. In termini di istruzione, salute, aspettativa di vita e possibilità individuali, la generazione attuale ha conquistato risultati che i nonni non avrebbero nemmeno potuto immaginare. La domanda più interessante è un’altra: quanto conta oggi la famiglia nella costruzione del futuro di un giovane italiano? È qui che i dati cominciano a raccontare una storia meno rassicurante.

L’Italia di oggi è molto più istruita di quella di cinquant’anni fa. Ma l’espansione dell’istruzione non ha prodotto una crescita equivalente della mobilità sociale. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, tra gli occupati nati tra il 1980 e il 1994 il 27,1% a 30 anni si trovava in una classe occupazionale inferiore rispetto a quella dei genitori. Quelli che avevano compiuto un movimento verso l’alto erano il 25,1%. Non significa che il 27,1% dei giovani sia diventato più povero dei propri genitori. Istat misura la classe occupazionale, non il patrimonio o il reddito familiare. Ma il dato racconta qualcosa di importante: per una generazione relativamente giovane, la mobilità verso il basso ha superato quella verso l’alto. È una discontinuità rispetto alle generazioni precedenti. L’ascensore sociale, insomma, non è necessariamente fermo. Ma sembra andare più lentamente. E soprattutto non trasporta tutti allo stesso modo.

Per decenni il percorso italiano è stato relativamente semplice da immaginare. Si studiava, si trovava un lavoro, si comprava una casa, si metteva su famiglia. Non era un percorso garantito per tutti, naturalmente. Ma durante la grande crescita economica del dopoguerra una parte consistente delle famiglie riuscì a trasformare il reddito da lavoro in patrimonio. Oggi il passaggio è diventato più complicato. L’OCSE rileva che i salari reali italiani hanno avuto una crescita molto debole nel lungo periodo e che i giovani incontrano difficoltà nel trasformare l’ingresso nel mercato del lavoro in una progressione economica rapida. Il problema, quindi, non è soltanto trovare un’occupazione. È capire se quell’occupazione permette di costruire una vita autonoma. Un contratto può garantire uno stipendio. Non necessariamente garantisce una casa, un risparmio, un mutuo o la possibilità di affrontare serenamente la nascita di un figlio.

Ed è qui che entra in scena la generazione precedente. L’Italia è un Paese nel quale la proprietà della casa è estremamente diffusa. Quasi tre famiglie su quattro vivono in un’abitazione di proprietà. Questa è una delle grandi eredità economiche del Novecento italiano. Ma quella stessa ricchezza produce oggi una differenza crescente tra chi può contare su una famiglia proprietaria e chi parte da zero. Immaginiamo due giovani con lo stesso stipendio. Il primo vive in una casa di famiglia o riceve un aiuto per il mutuo. Il secondo paga 800 o 1.000 euro al mese di affitto. Sul contratto di lavoro possono essere identici. Nella vita quotidiana, no. Il primo può destinare una parte del reddito al risparmio. Il secondo deve utilizzarla per pagare la casa. Dopo dieci o vent’anni la differenza può diventare enorme.

La Banca d’Italia ha fotografato con chiarezza questa distribuzione. Nel quarto trimestre del 2025 il 10% più ricco delle famiglie possedeva il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre la metà meno abbiente ne possedeva il 7,2%. La ricchezza media, da sola, racconta quindi poco. Ciò che conta è chi possiede quella ricchezza. E, in una società che invecchia, conta anche quando verrà trasferita. Perché una parte consistente del patrimonio accumulato dalle generazioni anziane passerà, nei prossimi decenni, ai figli e ai nipoti. Questo può diventare un potente meccanismo di trasmissione delle disuguaglianze. Due persone possono avere lo stesso titolo di studio e lo stesso stipendio, ma una può avere alle spalle una famiglia proprietaria di due case, mentre l’altra può avere genitori che non possiedono nulla. La prima potrebbe ricevere una casa, un anticipo per il mutuo o una somma di denaro. La seconda dovrà costruire tutto attraverso il proprio reddito. La differenza non appare necessariamente nella busta paga. Appare nel tempo. Nella possibilità di comprare una casa. Nella possibilità di avere un figlio. Nella possibilità di affrontare un periodo di disoccupazione. Nella possibilità di rischiare e cambiare lavoro. Nella possibilità di avviare un’attività.

La Banca d’Italia ha recentemente studiato proprio il comportamento delle famiglie che prevedono di ricevere un’eredità, mostrando che le aspettative di trasferimenti patrimoniali possono influenzare consumo, risparmio e indebitamento. L’eredità, quindi, non è soltanto una questione privata. In una società che accumula sempre più ricchezza nelle generazioni anziane può diventare una delle principali infrastrutture attraverso cui il patrimonio passa da una generazione all’altra. La questione diventa ancora più importante perché l’Italia è uno dei Paesi più anziani d’Europa. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 rappresentavano circa un quarto della popolazione, mentre gli under 15 erano poco più dell’11%. L’età media aveva raggiunto i 47 anni. Ci sono quindi sempre più anziani e relativamente pochi giovani. E questo produce un paradosso. Una popolazione anziana possiede una quota importante del patrimonio nazionale. Una popolazione giovane, numericamente più piccola, deve invece entrare nel mercato del lavoro e costruire il proprio patrimonio in un’economia caratterizzata da crescita debole dei salari. La questione generazionale non è dunque soltanto una questione di età. È anche una questione di patrimonio.

Per capire questa trasformazione basta osservare la famiglia. Nel 2024-2025 il 37,1% delle famiglie italiane era composto da una sola persona. Le coppie con figli rappresentavano il 28,4%. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Non sarebbe corretto spiegare tutto con l’economia. Le scelte familiari dipendono da cultura, aspirazioni, valori, relazioni personali, istruzione e molti altri fattori. Ma la difficoltà di raggiungere rapidamente l’autonomia economica fa parte del contesto.

Un giovane che rimane più a lungo nella famiglia d’origine rimanda più facilmente il momento in cui deve sostenere autonomamente il costo di una casa, di una famiglia e dei figli. E il ciclo si può ripetere. Ecco perché la generazione attuale è difficile da descrivere con la formula “sta peggio”. I giovani italiani sono, mediamente, più istruiti dei loro nonni. Vivono più a lungo. Hanno accesso a tecnologie, informazioni, viaggi e opportunità che le generazioni precedenti non avevano. E il mercato del lavoro, negli ultimi anni, ha mostrato anche segnali positivi: nel luglio 2026 gli occupati erano circa 24,4 milioni e il tasso di disoccupazione era al 5,8%. Non siamo dunque davanti a una generazione semplicemente impoverita. Siamo davanti a una generazione che può avere più capitale culturale ma meno capitale economico iniziale. E questo cambia tutto.

La disuguaglianza italiana non è soltanto generazionale. È anche geografica. Nel 2025 il rischio di povertà riguardava il 35,4% della popolazione nelle Isole e il 30,5% nel Mezzogiorno, contro il 15,1% nel Centro e il 9,4% nel Nord-Est. Significa che il punto di partenza non è determinato soltanto dalla famiglia. Conta anche il territorio. Nascere in una determinata area del Paese significa avere accesso a mercati del lavoro, servizi, infrastrutture e opportunità differenti. La mobilità sociale italiana ha quindi almeno tre dimensioni: famiglia, territorio, istruzione. E le tre si intrecciano.

Questa è forse la trasformazione più profonda. Nel modello tradizionale, il lavoro era il principale strumento di emancipazione. Si partiva da una famiglia modesta e, attraverso studio e lavoro, si poteva raggiungere una posizione migliore. Oggi questo meccanismo continua a funzionare. Ma sembra funzionare meno facilmente. E quando il reddito da lavoro perde parte della sua capacità di produrre patrimonio, acquistano importanza altri fattori: la casa dei genitori; l’eredità; la rete familiare; il territorio di nascita; la possibilità di essere sostenuti durante gli anni di formazione; la possibilità di non accettare immediatamente qualsiasi lavoro perché si dispone di una famiglia che può aiutare. Non significa che il merito sia scomparso. Significa che il punto di partenza pesa molto.

Il rischio sociale più interessante non è che l’Italia diventi improvvisamente un Paese povero. È qualcosa di più sottile. Che diventi un Paese nel quale la condizione economica tende a essere trasmessa più facilmente da una generazione all’altra. Se hai una famiglia proprietaria, puoi ricevere una casa. Se hai una famiglia con risparmi, puoi ricevere un aiuto per l’università. Se hai una famiglia benestante, puoi permetterti di cercare lavoro più a lungo. Se hai una famiglia che non può aiutarti, devi iniziare a guadagnare subito. Formalmente le opportunità sono uguali. Nella realtà, il percorso può essere molto diverso. Il problema, quindi, non è decidere se i giovani siano più fortunati o più sfortunati dei loro nonni. Quella è una domanda troppo semplice. La domanda vera è: quanto deve contare la famiglia di origine nel determinare il futuro di una persona? Un Paese può avere una grande ricchezza privata e contemporaneamente una mobilità sociale debole. Può avere case numerose e giovani che non riescono a comprarne una. Può avere più laureati e salari che crescono lentamente. Può avere un patrimonio enorme e una natalità bassissima. Può avere occupazione in crescita e giovani che continuano a partire per l’estero. Non sono contraddizioni. Sono pezzi dello stesso problema. L’ascensore sociale non è rotto. Ma non è più quello di una volta. Forse è questa la conclusione più corretta.

Ogni anno migliaia di persone migliorano la propria posizione sociale. Ma i dati suggeriscono che il movimento verso l’alto non è più così scontato per le generazioni più giovani. E mentre la crescita dei redditi rimane contenuta e la popolazione invecchia, il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti assume un peso crescente. La vera sfida sociale italiana potrebbe allora essere questa: fare in modo che nascere senza una casa di famiglia, senza un patrimonio ereditabile o senza una rete di protezione non significhi partire con una vita già scritta. Perché una società è davvero mobile non quando tutti hanno la stessa ricchezza. È quando la posizione dei genitori non determina troppo la posizione dei figli. Ed è forse questa la domanda più importante che l’Italia dovrebbe porsi oggi. Non se i giovani siano “meglio” o “peggio” dei loro genitori.

Ma se abbiano ancora, in misura sufficiente, la possibilità di diventare qualcosa di diverso da ciò che hanno ereditato.




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