«Questa è l’Africa che si unisce per costruire l’Africa. Oggi non stiamo semplicemente posando la prima pietra di una raffineria, stiamo posando la prima pietra di un nuovo capitolo nel percorso industriale dell’Africa verso un futuro più luminoso», ha dichiarato Il miliardario nigeriano Aliko Dangote in occasione dell’inizio dei lavori. Alla cerimonia della posa della prima pietra della raffineria Dangote in Kenya erano presenti anche i leader di Benin, Etiopia, Togo e Uganda [1].
Dangote dopo l’apertura della più grande offerta pubblica iniziale (IPO), dell’Africa, lo scorso 14 settembre, per la sua raffineria di petrolio nella zona franca di Lekki a Lagos, ha replicato in Kenya a Lamu, costa nord dell’Oceano Indiano dove si sta costruendo, in una Zona Economica Speciale del LAPSSET Corridor [2], un complesso di infrastrutture per un polo industriale di primaria importanza per l’Africa Orientale. Si tratta di un investimento di 16 miliardi di dollari per una raffineria che sarà operativa nel 2030 e dovrebbe impiegare 700.000 barili al giorno. Dell’impianto farà parte anche una centrale elettrica da 1.000 megawatt che alimenterà la raffineria e che, secondo Dangote, venderà l’energia in eccesso. Uno degli obiettivi principali è senza dubbio quello di dare un prodotto finito evitando costi aggiuntivi che tutta l’Africa, esportatrice di materie prime, paga a chi la rifornisce di prodotti finiti. Evidentemente, secondo i promotori e gli investitori, abbasserà il costo dei carburanti dell’energia e aumenterà la sicurezza energetica di quei paesi. Per dare un’idea delle cifre: l’Africa orientale spende più di dieci miliardi di dollari all’anno per le importazioni di prodotti petroliferi e, di questi, il Kenya ne spende circa quattro [3].
Il nuovo complesso dovrebbe arrivare ad impiegare tra le 50 e 60.000 persone e , secondo il presidente keniota William Ruto, questa attività economica dovrebbe far aumentare il Prodotto interno lordo del Paese del 12%.
Secondo Reuters, Dangote avrebbe offerto ai governi regionali una quota complessiva del 30% nella raffineria, ma non è chiaro quanta parte del rimanente sarà richiesto al mercato finanziario e quanto sarà a debito [4]. Il Kenya deve aver offerto enormi agevolazioni per tagliare fuori la concorrenza della Tanzania nell’ospitare l’infrastruttura.
Fin qui sembra un’operazione sicuramente vincente ma ci sono varie perplessità su diversi aspetti. Innanzitutto l’approvvigionamento del petrolio per la raffinazione che per buona parte deve arrivare da fuori perché la produzione interna, diversamente da quanto accade per l’impianto citato in Nigeria, è scarsa, molto lontana da quei settecentomila barili al giorno. Quindi ci si dovrà affidare ad altri paesi e non sempre si tratta di realtà stabili.
Nel frattempo le proteste e le rivendicazioni di residenti sulla loro proprietà dell’area interessata sono finite davanti ad un giudice. Il Tribunale per il Territorio e l’Ambiente di Malindi, se da una parte ha respinto la richiesta della comunità locale per il blocco dei lavori dall’altra ha ordinato che non venga cambiato nulla fino a quando non prenderà una decisione definitiva. La comunità locale che non ha titoli di proprietà reclama la sua ancestrale presenza sul territorio che attraverso l’allevamento e l’agricoltura da loro di che vivere; chiedono che vengano protetti i loro diritti «come ogni cittadino keniota dovrebbe poter pretendere in base alla Costituzione del Kenya» [5]. Quella delle ingiustizie contro le comunità locali, i nativi e i popoli incontattati è una costante da centinaia di anni.
E poi andrebbero verificati gli impatti ambientali che ci saranno data la particolarità dell’area per la quale si sono mossi le organizzazioni ambientaliste. Sherelee Odayar, responsabile della campagna per il petrolio e il gas di Greenpeace Africa ha spiegato che questo nuovo complesso «minaccia di danneggiare uno degli ecosistemi costieri più fragili dell’Africa orientale, vincolando al contempo il Kenya a un futuro rischioso basato sui combustibili fossili. Le mangrovie, le barriere coralline e le praterie di posidonia di Lamu non sono sacrificabili; sostengono la pesca, i mezzi di sussistenza e la protezione costiera. Una mega-raffineria di queste dimensioni comporta la distruzione degli habitat, il degrado marino, il rischio di fuoriuscite di petrolio e un pericoloso inquinamento atmosferico» [6]
Ne potrebbe soffrire anche il turismo verso la città vecchia di Lamu che si trova su un’isola e che è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO per essere il più antico e meglio conservato insediamento swahili, con edifici in pietra corallina e legno di mangrovia, dell’Africa orientale, e che ha mantenuto intatte le sue funzioni tradizionali.
Resta da chiedersi, come ha fatto Bruna Sironi su Nigrizia, se abbia senso continuare a produrre energia da fonti fossili e non dirottare gli investimenti verso energie rinnovabili. «Ha senso farlo in Africa, il continente più colpito dagli effetti della crisi climatica dovuta all’uso di energia da fonti fossili?» [7].
Pasquale Esposito
[1] Nkechi Ogbonna, Waihiga Mwaura, Peter Mwangangi e Ondiro Oganga, BBC News, Africa’s richest man launches Kenya oil refinery despite land protests, 1 ottobre 2026
[2] È l’acronimo di Lamu Port, South Sudan, Ethiopia. Un complesso infrastrutturale che dovrebbe mettere in comunicazione principalmente i due paesi (non hanno accesso al mare) e ipoteticamente anche altri come Rwanda, Burundi, Repubblica democratica del Congo
[3] Jackson Okoth, Business Today, Dangote Petroleum Refinery IPO. Kenyans to Access it through GDRs, 30 settembre 2026
[4] Per la strutturazione di un nuova IPO, cfr. Jackson Okoth, Business Today, ibidem.
[5] Herald Aloo, Jeune Afrique, Raffinerie Dangote: la pression des activistes peut-elle paralyser le colosse nigérian?, 29 settembre 2026
[6] Greenpeace Africa statement on the proposed Dangote oil refinery in Lamu, 14 luglio 2026
[7] Bruna Sironi, Nigrizia, Kenya: Dangote e la scommessa della raffineria di Lamu, 28 Settembre 2026
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