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In discussione i due pilastri che hanno sostenuto Wall Street negli ultimi mesi
La settimana dal 19 al 23 ottobre ha messo in discussione i due pilastri che hanno sostenuto Wall Street negli ultimi mesi: la fiducia nella crescita praticamente illimitata degli investimenti nell’intelligenza artificiale e la convinzione che il rialzo dei rendimenti obbligazionari potesse essere assorbito senza conseguenze rilevanti dalle valutazioni azionarie.
L’S&P 500 è rimasto relativamente più resistente, mentre il Nasdaq ha subito una nuova violenta ondata di vendite. Il Dow Jones ha invece beneficiato della rotazione verso i titoli più tradizionali e difensivi, arrivando a chiudere la seduta di giovedì poco sopra la parità proprio mentre il Nasdaq perdeva il 2,60%.
Non si è trattato quindi di un ribasso uniforme, ma di una correzione concentrata nei comparti che negli ultimi mesi avevano incorporato le aspettative più elevate.
Il Nasdaq torna al centro delle vendite
La seduta più difficile è stata quella di giovedì. Il Nasdaq Composite ha perso il 2,60%, registrando la flessione giornaliera più marcata da giugno. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 6,70%, mentre l’S&P 500 ha ceduto l’1,21%.
Il Dow Jones ha invece chiuso sostanzialmente invariato, mostrando come la pressione fosse concentrata soprattutto sulla tecnologia e sui titoli direttamente collegati all’intelligenza artificiale.
Tra le società maggiormente penalizzate sono figurate Nvidia, Intel, SpaceX, Meta Platforms e CoreWeave. La correzione ha confermato che il mercato non sta abbandonando completamente il tema AI, ma ha iniziato a distinguere fra aziende capaci di finanziare gli investimenti attraverso flussi di cassa solidi e società maggiormente dipendenti dal debito.
È un cambiamento importante. Per molti mesi qualsiasi annuncio riguardante nuovi data center, chip o capacità di calcolo veniva interpretato positivamente.
Ora gli investitori iniziano a chiedersi quanto capitale sarà necessario, quanto costerà raccoglierlo e in quanto tempo gli investimenti produrranno rendimenti adeguati.
Meta Platforms ha pubblicato ricavi trimestrali superiori alle attese, pari a 64,60 miliardi di dollari, e ha previsto per il quarto trimestre un fatturato compreso tra 73 e 76 miliardi.
L’applicazione Muse ha superato i 10 milioni di utenti negli Stati Uniti e in Canada in appena sei settimane, offrendo una prima conferma dell’interesse del pubblico per i nuovi servizi di intelligenza artificiale.
Il mercato ha però concentrato l’attenzione sulla spesa. Meta ha ristretto la previsione annuale degli investimenti a 135-145 miliardi di dollari, alzando il limite inferiore rispetto alla precedente indicazione di 130-145 miliardi.
Il free cash flow del terzo trimestre è diventato negativo per 2,12 miliardi, rispetto ai 10,63 miliardi positivi dello stesso periodo dell’anno precedente. A ciò si aggiungono le ingenti controversie legali e gli oneri legati agli accordi raggiunti negli Stati Uniti.
Le azioni hanno perso circa il 7%. Il messaggio del mercato è stato chiaro: risultati e crescita degli utenti non bastano più. Gli investitori vogliono anche una dimostrazione credibile della futura redditività delle enormi somme destinate all’AI.
SpaceX sorprende, ma non convince completamente
SpaceX ha pubblicato risultati molto superiori alle previsioni. I ricavi trimestrali sono aumentati del 161% a 14,58 miliardi di dollari, mentre l’utile netto ha raggiunto 4,40 miliardi, contro una perdita di 1,10 miliardi dell’anno precedente.
I ricavi collegati all’intelligenza artificiale sono saliti a 7,56 miliardi e gli abbonati Starlink hanno raggiunto 13,60 milioni, superando nettamente le attese.
Elon Musk ha inoltre confermato l’esistenza di comitati speciali incaricati di valutare una possibile fusione con Tesla.
Anche in questo caso, tuttavia, il mercato ha finito per concentrarsi sulla quantità di capitale necessaria a sostenere l’espansione. Gli investimenti trimestrali sono quasi triplicati a 19,60 miliardi e la società prevede ulteriori spese comprese tra 35 e 40 miliardi nel solo quarto trimestre.
Dopo una prima reazione positiva nell’after-hours, SpaceX è stata coinvolta nelle vendite sul comparto tecnologico e giovedì ha perso oltre il 9%.
CoreWeave simbolo della fragilità finanziaria dell’AI
CoreWeave rimane uno dei titoli più osservati perché riassume perfettamente i timori del mercato.
La crescita della domanda di capacità di calcolo resta molto forte, ma il modello richiede continui investimenti in chip, data center ed energia. In presenza di rendimenti obbligazionari vicini al 5%, il costo del capitale diventa un elemento decisivo.
Le preoccupazioni non riguardano quindi soltanto la domanda finale di servizi AI. Riguardano soprattutto la sostenibilità finanziaria della costruzione dell’infrastruttura necessaria a soddisfarla.
L’aumento degli spread creditizi di alcune società tecnologiche, le tensioni sui credit default swap di Oracle e le osservazioni dei vertici di Broadcom e Goldman Sachs hanno rafforzato il timore che ritardi, extracosti o rendimenti inferiori alle attese possano mettere sotto pressione i gruppi più indebitati.
Non è ancora la prova dell’esistenza di una bolla destinata a scoppiare, ma è il segnale che il mercato ha cominciato a valutare il rischio e non soltanto le opportunità.
Treasury in forte recupero: non è necessariamente una buona notizia
Durante la seduta di giovedì il rendimento del Treasury decennale è sceso di quasi 20 punti base, tornando sotto il 5% per la prima volta in circa un mese. È stato il calo giornaliero più ampio degli ultimi tre anni.
In condizioni normali una discesa così rapida dei rendimenti sarebbe positiva per la tecnologia, perché aumenta il valore attuale degli utili futuri e riduce il costo teorico del capitale.
Questa volta, però, il movimento è stato causato soprattutto dalla ricerca di sicurezza.
Gli investitori hanno venduto azioni tecnologiche e acquistato titoli di Stato. La discesa dei rendimenti non ha quindi segnalato un miglioramento dello scenario, ma un aumento dell’avversione al rischio.
Venerdì il decennale è tornato intorno al 4,99%, sostenuto da dati economici statunitensi ancora robusti e da nuove pressioni sul fronte energetico.
Il petrolio riapre il rischio inflazione
Il Brent ha raggiunto 116,18 dollari al barile, mentre il WTI ha superato la resistenza tecnica di area 102-103 dollari.
Il mercato continua a incorporare un premio geopolitico legato al conflitto con l’Iran, agli attacchi contro infrastrutture e rotte commerciali mediorientali e alla possibilità di nuove operazioni militari statunitensi dopo le elezioni di metà mandato.
Per Wall Street l’aumento del petrolio rappresenta un problema su più livelli:
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sostiene l’inflazione energetica;
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riduce il reddito disponibile delle famiglie;
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aumenta i costi delle imprese;
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penalizza trasporti, consumi discrezionali e industria;
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rende più difficile una politica monetaria accomodante;
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accresce il rischio che i rendimenti obbligazionari tornino a salire.
Le società petrolifere possono beneficiare direttamente del movimento, ma per l’indice generale il rincaro dell’energia costituisce una tassa sulla crescita.
PMI ancora forti e prezzi in accelerazione
I dati preliminari di ottobre hanno mostrato un’economia statunitense ancora molto solida.
Il PMI manifatturiero ha raggiunto 56 punti, mentre quello dei servizi si è attestato a 57,9. L’indice composito è sceso da 58,4 a 57,6, ma ha comunque indicato il secondo ritmo di crescita più elevato dal marzo 2022.
Il dettaglio più delicato riguarda i prezzi di vendita, aumentati al ritmo più rapido dall’agosto 2022.
La combinazione fra attività economica robusta, petrolio in rialzo e pressioni sui prezzi limita lo spazio d’azione della Federal Reserve.
Il mercato continua ad aspettarsi tassi invariati nella riunione della prossima settimana, ma i dati sull’inflazione PCE saranno determinanti per valutare la possibilità di un nuovo rialzo entro la fine dell’anno.
Le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione sono inoltre scese a 194.000 unità, confermando che il mercato del lavoro non mostra ancora segnali di deterioramento tali da obbligare la Fed a cambiare rapidamente orientamento.
Consumatori pessimisti, economia resistente
L’indice di fiducia dell’Università del Michigan è stato rivisto al rialzo a 48 punti, rispetto alla stima preliminare di 46,3, ma è rimasto su livelli estremamente depressi e leggermente sotto il dato definitivo di settembre.
La distanza fra la solidità degli indicatori di attività e il pessimismo delle famiglie continua quindi a essere molto ampia.
L’economia cresce, ma una parte crescente dei consumatori percepisce un peggioramento delle proprie condizioni a causa dell’aumento dei prezzi energetici, dell’inflazione superiore alla crescita dei salari e del costo elevato del credito.
Questa divergenza rappresenta un rischio anche per gli utili societari: finché la spesa delle famiglie resiste, le imprese riescono a trasferire gli aumenti dei costi sui clienti.
Se i consumi rallentassero, diventerebbe più difficile difendere contemporaneamente ricavi e margini.
S&P 500: il doppio massimo non è ancora scongiurato
Dal punto di vista tecnico, l’S&P 500 rimane sotto pressione dopo avere fallito più volte il superamento dell’area dei 7.800 punti.
I massimi di agosto e ottobre delineano un possibile doppio massimo. La figura non può ancora essere considerata completata, ma il ritorno sotto la media mobile esponenziale a 50 giorni rappresenta un segnale di deterioramento.
Una discesa sotto i minimi recenti rafforzerebbe lo scenario correttivo, mentre soltanto il superamento stabile di 7.800-7.850 punti cancellerebbe il rischio della configurazione e restituirebbe pieno controllo ai compratori.
Nasdaq 100: prende forma l’onda C ribassista
Il Nasdaq 100 presenta una struttura ancora più delicata.
Le oscillazioni sviluppate dal massimo di giugno continuano ad assomigliare a un flat correttivo ABC. Il massimo di ottobre, allineato con quello di giugno, potrebbe avere completato l’onda B, lasciando spazio all’avvio dell’onda C ribassista.
La violazione della media mobile esponenziale a 100 giorni e del 50% di ritracciamento del rialzo partito dai minimi di fine luglio ha aumentato la credibilità di questo scenario.
Se i prezzi non recupereranno rapidamente i livelli perduti, il movimento potrebbe estendersi verso 27.000 punti. La conferma arriverebbe con la rottura dei minimi precedenti, mentre un ritorno sopra le resistenze di breve ridurrebbe il rischio di una correzione più profonda.
Il Dow Jones mostra un mercato diviso
Il Dow Jones ha mostrato una maggiore capacità di tenuta grazie alla rotazione verso i titoli meno esposti alle valutazioni dell’intelligenza artificiale.
La resistenza del Dow non basta però a tranquillizzare. La divergenza rispetto al Nasdaq segnala che gli investitori stanno riducendo il rischio nelle aree più affollate, non che il quadro generale sia necessariamente migliorato.
Un mercato sostenuto da un numero sempre più ristretto di settori difensivi può continuare a resistere, ma diventa più vulnerabile se la debolezza tecnologica si estende alle banche, all’industria o ai consumi.
Una settimana che cambia il tono del mercato
Wall Street non è ancora entrata in una fase ribassista conclamata. Gli utili delle grandi società restano solidi, l’economia continua a crescere e la domanda legata all’intelligenza artificiale non è scomparsa.
È però cambiato il modo in cui gli investitori valutano quella crescita.
Il mercato non premia più automaticamente ogni aumento degli investimenti. Ha iniziato a chiedere quanto capitale sarà necessario, quale sarà il costo del debito e quando arriveranno i ritorni economici.
Contemporaneamente, il petrolio sopra 110 dollari e i dati sui prezzi rendono più difficile un allentamento della politica monetaria.
La settimana ha quindi aperto una fase nuova: l’intelligenza artificiale resta il principale motore degli utili e degli investimenti americani, ma non è più sufficiente pronunciarne il nome per rendere irrilevanti debito, valutazioni e costo del capitale.
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