TARANTO – C’è il lavoro che Taranto rischia di perdere con la crisi dell’ex Ilva. E poi c’è quello che non è mai riuscita a creare, fatto di imprese che avrebbero potuto nascere, attività commerciali che avrebbero potuto resistere e investimenti rimasti senza le condizioni necessarie per svilupparsi. È su questa seconda emergenza, meno visibile ma altrettanto importante per il futuro economico del territorio, che Confartigianato Taranto richiama l’attenzione delle istituzioni.
A sollevare la questione è Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, attraverso un’analisi che parte dai numeri dell’imprenditoria artigiana, attraversa il declino del commercio cittadino e arriva alle scelte che Comune e altri enti dovrebbero assumere per favorire nuove occasioni di occupazione.
Il messaggio è preciso: la crisi siderurgica rappresenta una minaccia gravissima per l’economia ionica, ma non può diventare l’unica spiegazione delle difficoltà di Taranto né giustificare ulteriori ritardi nelle politiche di sviluppo.
«La nostra economia era fragile già prima del 2012. La crisi siderurgica ne ha aggravato le debolezze, non le ha inventate. Non possiamo attribuire alla fabbrica anche gli errori delle scelte locali», osserva Paolillo.
La fotografia elaborata dall’associazione evidenzia una distanza significativa tra la provincia tarantina e gli altri territori pugliesi, soprattutto per quanto riguarda la presenza di imprese artigiane.
Sulla base dei dati InfoCamere 2025, Taranto conta 13,6 imprese artigiane attive ogni 1.000 abitanti. Un valore nettamente inferiore rispetto alle altre province prese in esame: 19,1 nel Brindisino, 20,7 nel Barese e 22,3 nel Leccese.
La differenza emerge con ancora maggiore evidenza quando il confronto viene tradotto in termini di imprese potenziali.
Secondo la simulazione di Confartigianato, se la provincia di Taranto avesse la stessa densità imprenditoriale artigiana di Lecce, conterebbe circa 4.770 attività in più, mantenendo invariata la propria popolazione.
Non si tratta di aziende effettivamente perdute né di una previsione sulle nuove aperture. È un confronto statistico teorico, utilizzato per rappresentare la distanza tra 2 sistemi economici territoriali.
Ma il dato, secondo l’associazione, aiuta a comprendere quanto sia ancora ampio il margine di sviluppo dell’economia tarantina.
Un secondo confronto, effettuato sui dati Inps 2025, prende in considerazione una platea diversa, comprendente anche soci e collaboratori familiari iscritti alla gestione artigiani.
Applicando alla popolazione ionica la densità registrata nel Leccese, Confartigianato calcola oltre 5.500 posizioni artigiane teoriche aggiuntive.
Spingendo ulteriormente la simulazione e ipotizzando, soltanto a titolo esemplificativo, un dipendente per ciascuna di queste posizioni, si arriverebbe a una dimensione complessiva superiore a 11.000 persone coinvolte.
Paolillo chiarisce che non si tratta di occupazioni disponibili, assunzioni programmate o risultati prevedibili, ma di un esercizio statistico finalizzato a mostrare la consistenza del divario economico.
Eppure, proprio quel numero suggerisce una riflessione sul futuro della città.
«Undicimila. Una dimensione occupazionale che, a Taranto, ricorda qualcosa», sottolinea il segretario generale, richiamando implicitamente il peso del sistema siderurgico nella struttura economica locale.
La questione, dunque, non è soltanto difendere l’occupazione esistente, ma interrogarsi sulle opportunità che non sono state costruite negli altri settori produttivi.
A rendere più evidente il problema è anche l’andamento del commercio.
Tra il 2012 e il 2025 Taranto ha perso il 23% delle attività di vendita, comprendendo negozi e operatori ambulanti. In sostanza, quasi 1 esercizio su 4 ha cessato l’attività nel periodo considerato.
Il fenomeno non riguarda esclusivamente il capoluogo ionico. Nello stesso arco temporale, secondo i dati richiamati da Confartigianato, Brindisi ha registrato una riduzione del 22,6%, Bari del 29% e Lecce del 18,2%.
Si tratta quindi di una trasformazione che interessa più città, ma sulla quale l’associazione invita a valutare anche il peso delle politiche territoriali.
«Abbiamo fatto abbastanza per evitare la chiusura di tante attività e creare le condizioni perché altre potessero nascere?», è l’interrogativo sollevato da Paolillo.
La risposta di Confartigianato chiama in causa direttamente le scelte urbanistiche, commerciali e infrastrutturali compiute negli anni.
Secondo l’organizzazione, l’espansione dei grandi poli di vendita non sarebbe stata accompagnata da interventi altrettanto efficaci a tutela del commercio di vicinato.
A incidere sono stati certamente il cambiamento delle abitudini di acquisto e la crescita delle vendite online, ma per Paolillo sarebbe un errore trascurare l’importanza di elementi concreti come parcheggi, collegamenti, accessibilità e disponibilità di spazi commerciali adeguati.
Il risultato, denuncia l’associazione, è una situazione nella quale raggiungere un negozio del centro urbano può risultare meno agevole che recarsi in un’area commerciale esterna.
«A Taranto siamo arrivati al paradosso di rendere spesso più facile comprare altrove che raggiungere i negozi delle nostre strade», afferma Paolillo.
Non tutto, secondo il segretario generale, può essere ricondotto all’evoluzione dei consumi. Una parte delle difficoltà sarebbe infatti collegata a decisioni amministrative sbagliate o continuamente rinviate.
In questo contesto si inseriscono anche le preoccupazioni per il progetto BRT, il sistema di trasporto rapido su autobus destinato a modificare la mobilità cittadina.
Confartigianato non contesta l’obiettivo di migliorare il trasporto pubblico, ma avverte che la trasformazione della viabilità potrebbe provocare ulteriori conseguenze negative sulle attività economiche se non venissero predisposte adeguate alternative.
La preoccupazione riguarda soprattutto la riduzione dei parcheggi e le modifiche agli accessi lungo i percorsi interessati dagli interventi.
«Con la BRT rischiamo di ripetere l’errore: togliere posti auto e modificare accessi prima che siano disponibili alternative adeguate», sostiene Paolillo.
Per l’associazione, nei tratti in cui le difficoltà sono già presenti occorre intervenire immediatamente con aree per la sosta breve, spazi destinati al carico e scarico delle merci e accessi facilmente utilizzabili da commercianti, clienti e residenti.
La modernizzazione della mobilità, in questa prospettiva, dovrebbe procedere insieme alla salvaguardia delle attività esistenti.
«Un trasporto pubblico migliore deve conquistare i cittadini, non mettere in difficoltà chi vive e lavora lungo il percorso», sottolinea il segretario generale.
La questione della mobilità rappresenta però soltanto una parte di un problema più ampio, che Confartigianato individua nella capacità del territorio di offrire condizioni realmente favorevoli a chi intende avviare o consolidare un’impresa.
Prima ancora dei contributi economici, per Paolillo servono servizi funzionanti, spazi utilizzabili, procedure chiare e costi sostenibili.
«Il primo incentivo a un’impresa è metterla nelle condizioni di lavorare», è uno dei passaggi centrali dell’intervento.
Da qui una serie di richieste che chiamano direttamente in causa la programmazione del Comune di Taranto.
In primo luogo, il completamento del Piano urbanistico generale (PUG), considerato uno strumento indispensabile per definire le prospettive di trasformazione del territorio e individuare opportunità per le attività produttive.
Confartigianato chiede inoltre di rivedere la programmazione commerciale, verificando se i dati sui quali si fondano le scelte amministrative siano ancora rappresentativi delle condizioni economiche e sociali della città.
Tra le priorità indicate figurano anche il recupero degli immobili pubblici inutilizzati e la disponibilità di aree e locali destinabili ad attività economiche, per ampliare concretamente le possibilità di investimento.
Un altro capitolo riguarda il Piano delle Coste, il cui avanzamento viene considerato importante per aprire nuove opportunità nel turismo, nella nautica e nei servizi collegati al mare.
Per il segretario generale, Taranto dispone già di un patrimonio di competenze e risorse che potrebbe generare maggiore ricchezza, a condizione di costruire un quadro amministrativo capace di favorirne l’utilizzo.
Anche la leva fiscale e tariffaria può avere un ruolo significativo.
Confartigianato propone di valutare, nei limiti delle disposizioni vigenti, agevolazioni sui tributi, riduzioni tariffarie e incentivi mirati alle imprese che investono, riservando particolare attenzione alle strade interessate dalla progressiva chiusura dei negozi.
L’obiettivo è rendere economicamente sostenibile non soltanto l’apertura di nuove attività, ma anche la permanenza di quelle già presenti.
Paolillo insiste infatti sulla necessità di superare una visione dello sviluppo fondata esclusivamente sul numero delle nuove imprese.
«Non basta aprire nuove attività: bisogna metterle nelle condizioni di consolidarsi, investire e durare», osserva.
Per Confartigianato, il territorio ha bisogno di aziende solide, professionalmente qualificate e regolarmente abilitate, comprese le piccole imprese e quelle individuali, capaci di collaborare, ampliare i propri mercati e creare occupazione stabile.
Servono quindi accesso al credito, formazione professionale e opportunità commerciali, ma soprattutto una strategia che metta in relazione i diversi comparti dell’economia locale.
L’associazione richiama le potenzialità di artigianato, commercio, porto, nautica, cantieristica, pesca, mitilicoltura, turismo e servizi.
Non semplici settori da inserire in un programma di sviluppo, ma attività già presenti sul territorio che potrebbero rafforzarsi attraverso collegamenti produttivi, nuove collaborazioni e una migliore organizzazione delle filiere.
«Taranto non parte da zero. Ma nessun grande investimento, da solo, potrà risolvere il futuro di tutti», avverte Paolillo.
È una considerazione che riporta inevitabilmente al futuro dell’ex Ilva, il principale nodo industriale e occupazionale della città.
Confartigianato riconosce l’importanza fondamentale della tutela dei lavoratori dello stabilimento, delle imprese degli appalti e dell’intero indotto siderurgico.
Allo stesso tempo, però, sottolinea che la riconversione dell’economia tarantina non può essere subordinata ai tempi della vertenza industriale.
Il futuro della siderurgia resta incerto: non sono ancora definiti, osserva l’associazione, il modello produttivo, gli impianti che potrebbero rimanere in funzione, le tempistiche e il numero dei lavoratori coinvolti.
Anche nell’ipotesi di una produzione decarbonizzata, secondo Paolillo, l’acciaieria dovrebbe rappresentare una componente del sistema economico locale, non l’unico riferimento delle prospettive occupazionali.
«Tutelare lavoratori e indotto è indispensabile, ma creare alternative non può aspettare. La crisi industriale durerà anni. Il resto dell’economia non può restare fermo», afferma il segretario generale.
Il rischio individuato da Confartigianato è che l’incertezza sul siderurgico continui ad assorbire l’intero dibattito pubblico, mentre altri settori rimangono privi delle condizioni necessarie per crescere.
L’associazione richiama anche la manifestazione civica del 17 ottobre, durante la quale sono stati posti al centro del confronto i temi della salute, del lavoro e della partecipazione.
Per Paolillo, diversificare l’economia significa anche valutare attentamente le conseguenze dei nuovi investimenti, evitando che un progetto industriale possa compromettere lo sviluppo di altre attività.
Ogni insediamento, secondo questa impostazione, dovrebbe essere esaminato non soltanto per i benefici annunciati, ma anche per i possibili effetti sulle imprese esistenti, sul porto e sulla qualità della vita dei cittadini.
Da questa valutazione nasce la conferma della contrarietà di Confartigianato alla realizzazione di un rigassificatore a Taranto, indipendentemente dalla collocazione a terra o su una struttura galleggiante.
L’associazione chiede inoltre che Comune e Regione Puglia chiariscano le rispettive posizioni sull’eventuale progetto, così da rendere trasparenti gli indirizzi istituzionali.
Il documento affronta quindi un altro elemento considerato decisivo: la distanza tra i programmi annunciati negli anni e i risultati effettivamente raggiunti.
Confartigianato non contesta la necessità di immaginare una Taranto diversa nel prossimo decennio, ma invita le istituzioni a fare prima un bilancio dei progetti già elaborati e delle iniziative rimaste incompiute.
«Ben vengano le visioni per Taranto nei prossimi 10 anni. Ma prima di immaginare un altro futuro, dovremmo chiederci: che fine hanno fatto quelli che avevamo già immaginato?», domanda Paolillo.
L’associazione riconosce che alcuni interventi siano stati effettivamente realizzati, mentre altri sono rimasti sulla carta. Proprio per questo considera necessario distinguere ciò che richiede programmazioni di lungo periodo dalle decisioni che potrebbero essere assunte immediatamente.
«Il rischio è continuare a raccontare la Taranto che verrà senza fare i conti con quella che avremmo già dovuto costruire», osserva il segretario generale.
Da qui la proposta più immediata rivolta all’Amministrazione comunale e agli altri enti competenti.
Confartigianato chiede che entro 1 mese venga reso pubblico un quadro preciso dello stato di avanzamento dei principali strumenti e interventi necessari allo sviluppo economico della città.
L’elenco comprende il PUG, il Piano delle Coste, la programmazione commerciale, i parcheggi, le politiche tributarie, gli incentivi alle imprese, gli immobili pubblici e le aree produttive.
Per ciascuna questione l’associazione vuole conoscere quali provvedimenti siano pronti, quali risultino bloccati, quali debbano essere modificati, chi abbia la responsabilità di intervenire e con quali scadenze.
Una richiesta che punta a trasformare il confronto istituzionale in un percorso verificabile, fondato su atti e risultati concreti.
«Non un altro tavolo né un documento di buone intenzioni, ma decisioni e tempi verificabili», precisa Paolillo, ribadendo che ogni amministrazione deve assumersi la responsabilità sia delle scelte compiute sia dei provvedimenti non adottati.
Confartigianato annuncia la disponibilità a presentare le proposte delle imprese associate e a seguire l’attuazione degli impegni, verificando nel tempo i risultati ottenuti.
La questione, per l’organizzazione, non riguarda soltanto il recupero del ritardo accumulato rispetto ad altre province pugliesi, ma soprattutto la necessità di ricostruire fiducia nelle possibilità economiche del territorio.
La distanza dalle altre realtà regionali, il progressivo arretramento del commercio e l’incertezza della siderurgia rendono urgente una strategia capace di produrre occupazione anche al di fuori della grande industria.
Paolillo invita quindi a modificare il modo stesso in cui viene valutato lo sviluppo della città: meno attenzione agli annunci e maggiore verifica delle imprese effettivamente nate, della loro capacità di crescere e dei posti di lavoro realmente creati.
Il suo intervento si conclude con un appello che riassume l’intera analisi e indica il risultato al quale dovrebbe tendere l’azione delle istituzioni.
«Di occasioni perdute ne abbiamo già contate abbastanza. Cominciamo a contare le imprese che aprono, quelle che crescono e le persone che trovano lavoro».
È questa, secondo Confartigianato Taranto, la sfida da affrontare accanto alla crisi dell’ex Ilva: non soltanto impedire che scompaiano migliaia di posti di lavoro, ma creare finalmente le condizioni perché ne nascano di nuovi, attraverso un’economia più diversificata e meno dipendente dalle sorti della siderurgia.
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