Al Politecnico di Zurigo, nella conferenza della Banca nazionale svizzera in onore di Karl Brunner, l’ex presidente della Bce chiede più integrazione e investimenti: «Senza le misure anticrisi della Bce avremmo 2,5 milioni di occupati in meno nell’eurozona»
L’Europa paga il prezzo della crescita americana senza raccoglierne tutti i benefici: importa l’aumento dei tassi d’interesse, ma soltanto una parte dello sviluppo che contribuisce a spingerli verso l’alto. È il nodo al centro del discorso di Mario Draghi per la Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera, il 1° ottobre al Politecnico di Zurigo: se il continente non torna a crescere, la disciplina di bilancio da sola non basterà a tenere sotto controllo il debito. E la banca centrale non potrà continuare a supplire alle decisioni che spettano ai governi.
L’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio nella sua lectio magistralis ha ricostruito le promesse e le fragilità dell’unione monetaria, fino ad arrivare a una proposta concreta: destinare circa 100 miliardi di euro del prossimo bilancio europeo a ridurre i rischi degli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Il debito e la crescita che manca
Il ragionamento parte da un rapporto semplice, con conseguenze tutt’altro che semplici: quello fra il costo del debito e la crescita dell’economia. Quando il primo supera la seconda, il peso del debito sul Pil tende ad aumentare anche senza nuove decisioni di spesa, a meno che lo Stato non realizzi un avanzo prima del pagamento degli interessi. Più si allarga la distanza, maggiore diventa lo sforzo richiesto ai bilanci pubblici.
Per ora, spiega Draghi, nell’area euro il problema è attenuato dall’eredità degli anni dei tassi bassi: il costo medio del debito pubblico resta intorno al 2,25%, contro una crescita nominale di circa il 3,5%. Ma ogni anno viene rifinanziato approssimativamente un sesto del debito, alle condizioni attuali. Secondo le proiezioni della Commissione europea richiamate nel discorso, all’inizio del prossimo decennio il tasso medio pagato dagli Stati dell’eurozona supererà il ritmo di crescita.
La pressione arriva sempre più dall’esterno. «La disciplina di bilancio resta importante, ma non può isolare un governo dai cambiamenti dei tassi d’interesse globali», osserva Draghi. I rendimenti europei si muovono insieme a quelli americani, risentendo dell’inflazione, dell’offerta di titoli pubblici e della domanda di capitali delle imprese. Gli investimenti delle maggiori società tecnologiche statunitensi sono attesi quest’anno vicino agli 800 miliardi di dollari, soprattutto nei centri dati per l’intelligenza artificiale. Una corsa che mobilita finanziamenti enormi e i cui benefici immediati si concentrano negli Stati Uniti: «L’Europa importa l’intero aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita».
La Bce e la responsabilità dei governi
Anche l’Europa deve finanziare esigenze crescenti: l’invecchiamento della popolazione, la difesa, la transizione climatica. Nel discorso Draghi richiama uno scenario del Fondo monetario internazionale: se i governi coprissero queste maggiori necessità senza ulteriori interventi sui conti o riforme, nel 2040 il rapporto medio fra debito e Pil dei Paesi europei raggiungerebbe il 130%; ponderando i Paesi per la dimensione delle rispettive economie, arriverebbe al 155%.
Sono proiezioni condizionate alle scelte future, ma indicano la misura dello sforzo. «Un certo consolidamento di bilancio nel medio termine è inevitabile», sostiene Draghi. «Ma se dovrà essere realizzato soltanto attraverso tagli della spesa e aumenti delle tasse, difficilmente produrrà ciò che serve». Per i Paesi che devono correggere i bilanci, il miglioramento richiesto del saldo primario sarebbe nell’ordine del 6-7% del Pil, quasi il doppio dei consolidamenti tipici realizzati in Europa negli ultimi trent’anni.
La crescita può ridurre il peso di questa correzione. Mezzo punto percentuale aggiuntivo all’anno, mantenuto fino al 2040 e accompagnato dal risparmio di una parte delle maggiori entrate, permetterebbe secondo le stime citate di coprire circa un terzo del percorso verso un debito sostenibile. Il resto tornerebbe vicino a uno sforzo che l’Europa ha già dimostrato di poter affrontare. «Delle due forze che determinano il debito, il tasso d’interesse è sempre più stabilito al di fuori dell’Europa. La crescita è quella su cui l’Europa può ancora agire».
La Bce deve controllare l’inflazione, senza frenare più del necessario
Draghi difende le scelte compiute dalla Bce negli anni successivi alla crisi del debito sovrano. Quando la domanda era debole e l’inflazione troppo bassa, i tassi negativi e gli acquisti di titoli servirono a rispettare il mandato della stabilità dei prezzi. Secondo le stime della Bce, quelle misure contribuirono a oltre un quarto della crescita dell’eurozona fra il 2015 e il 2019; senza di esse, gli occupati sarebbero stati circa due milioni e mezzo in meno.
Oggi, però, le condizioni sono cambiate. Con l’inflazione sopra l’obiettivo, la banca centrale non può comprimere i rendimenti come allora. «La prima priorità è controllare l’inflazione», afferma Draghi. Se i mercati sospettassero che la tutela dei bilanci pubblici viene prima della stabilità monetaria, chiederebbero interessi più alti, aggravando proprio i conti degli Stati. Questo non significa trascurare gli effetti dei tassi sull’economia: «La seconda priorità è evitare di indebolire la crescita più del necessario».
Draghi cita stime secondo cui l’aumento dei tassi a breve attesi dai mercati dalla fine dello scorso anno ridurrebbe cumulativamente la crescita di 1,1-1,3 punti percentuali nel periodo 2026-2028. Calcoli che, precisa, precedono l’ulteriore rialzo delle aspettative registrato da metà agosto. Per questo conta anche la comunicazione: spiegare come la banca centrale reagirà ai diversi scenari aiuta a evitare che l’incertezza spinga i tassi attesi oltre il livello effettivamente necessario.
Cento miliardi europei per l’intelligenza artificiale
«La crescita dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi», afferma Draghi. Le riforme nazionali restano necessarie, ma per competere nella tecnologia servono il completamento del mercato unico e l’integrazione dei mercati dei capitali. Il divario con gli Stati Uniti emerge dalla produttività: dal 2019 il prodotto per ora lavorata è cresciuto dello 0,3% annuo nell’eurozona, contro l’1,8% americano.
L’intelligenza artificiale è l’esempio concreto: «L’accesso sicuro alla capacità di calcolo va a beneficio di tutti gli europei, eppure l’offerta è insufficiente quando ogni Paese agisce da solo». L’Ue ospita meno del 5% della capacità di calcolo mondiale destinata all’AI. Secondo uno studio citato, portarla al 15% entro il 2030 richiederebbe circa 1.300 miliardi di euro di investimenti. La quota pubblica necessaria a ridurne il rischio, stimata intorno ai 100 miliardi, potrebbe essere finanziata dal bilancio Ue: assorbirebbe circa il 5% del prossimo bilancio europeo, alleggerendo i conti nazionali. «Quella somma è pienamente alla nostra portata».
L’architettura dell’euro resta valida, conclude Draghi. Ma «perché questa costituzione duri, i legislatori a livello nazionale ed europeo devono ora assumersi pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




