di Francesco Citterich
Haiti è un Paese sospeso sull’orlo del precipizio, dove la paura ha preso il posto della normalità e interi quartieri vivono sotto il controllo delle armi.
Le gang criminali avanzano, impongono le proprie regole, saccheggiano, rapiscono, uccidono. Lo Stato fatica a difendere i cittadini, mentre la popolazione è intrappolata in una spirale di violenza che sembra non lasciare vie d’uscita.
In questo drammatico scenario, anche il tentativo di riportare il Paese alla democrazia attraverso le urne si è trasformato in una corsa contro il tempo. Le elezioni presidenziali e legislative, inizialmente fissate per il 13 dicembre 2026, avrebbero dovuto rappresentare un passaggio storico: Haiti non elegge un presidente dal 2016 e non dispone di un capo dello Stato eletto dal popolo dopo l’assassinio di Jovenel Moïse, ucciso nella sua residenza nel luglio 2021. Ma il calendario elettorale è stato nuovamente travolto dall’insicurezza. Il Consiglio elettorale provvisorio ha annunciato nei giorni scorsi il rinvio della campagna elettorale e la revisione delle scadenze, senza fissare una nuova data per il voto. Una decisione che riapre una ferita profonda e alimenta il timore di un’ulteriore, interminabile transizione politica.
La richiesta di sicurezza è diventata la condizione imprescindibile per qualsiasi prospettiva di rinascita. Il governo insiste sulla necessità di rafforzare le forze dell’ordine e ottenere un sostegno internazionale capace di contenere le organizzazioni criminali. Senza un controllo effettivo del territorio, organizzare elezioni libere e sicure appare un’impresa difficilmente realizzabile: come possono i cittadini raggiungere i seggi se le strade sono bloccate, i quartieri sono controllati da uomini armati e il semplice spostamento da una zona all’altra può trasformarsi in un rischio mortale?
La portata del problema è enorme. Secondo le valutazioni presentate dall’Organizzazione degli Stati americani, le bande controllano tra l’80 e il 90 per cento di Port-au-Prince. La loro influenza si è estesa anche oltre la capitale, raggiungendo importanti vie di comunicazione, centri abitati e aree rurali. Tra le principali organizzazioni figura l’alleanza Viv Ansanm, accusata di una lunga serie di violenze, rapimenti ed estorsioni. Il risultato è un territorio sempre più frammentato, nel quale la presenza delle istituzioni non garantisce necessariamente protezione. In alcune aree, le gang controllano gli accessi, condizionano i commerci e impongono pagamenti agli abitanti. La violenza non si limita agli scontri con la polizia: colpisce soprattutto i civili, le famiglie, i lavoratori e i bambini, travolgendo ogni giorno le possibilità di condurre una vita normale.
Dietro le cifre si nasconde una catastrofe umanitaria. Le stime delle organizzazioni internazionali indicano circa 1,47 milioni di sfollati interni, costretti ad abbandonare le proprie case per cercare riparo altrove. Molti trovano rifugio in sistemazioni di fortuna o presso parenti, spesso in condizioni di estrema precarietà. Altri si ritrovano in campi sovraffollati, dove l’accesso all’acqua potabile, alle cure mediche e ai servizi essenziali è insufficiente. Anche la fame avanza. Circa 5,8 milioni di persone affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare, mentre la violenza interrompe i trasporti, ostacola la distribuzione delle merci e impedisce a numerose famiglie di lavorare e procurarsi un reddito. Per chi vive nelle zone più esposte, la giornata è scandita dalla necessità di trovare cibo, proteggere i propri cari e capire dove rifugiarsi quando ricominciano gli spari.
Le bande sfruttano proprio questa fragilità. La mancanza di opportunità, la povertà e l’assenza di servizi essenziali rendono più difficile sottrarre i giovani al reclutamento criminale. In un Paese dove tante famiglie hanno perso tutto, la crisi della sicurezza si intreccia così con quella economica e sociale, alimentando un circolo vizioso dal quale è sempre più difficile uscire.
Il rinvio delle elezioni non è soltanto una questione di calendario. È il segno di quanto sia difficile ricostruire la legittimità delle istituzioni quando una parte consistente del territorio sfugge al controllo dello Stato. Il voto avrebbe dovuto aprire la strada a una nuova fase politica, restituendo ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti e contribuendo a superare anni di vuoto istituzionale. Ora, invece, l’incertezza si allunga. La preparazione elettorale era già segnata da ostacoli: registrare gli elettori, predisporre i seggi, distribuire il materiale e garantire la presenza degli osservatori richiede condizioni minime di sicurezza. Le difficoltà sono particolarmente gravi nelle aree raggiunte dalle gang, dove il rischio di intimidazioni può scoraggiare la partecipazione e compromettere la libertà del voto. Non basta, infatti, aprire i seggi perché un’elezione sia davvero democratica. Occorre che gli elettori possano recarsi alle urne senza paura, che i candidati possano fare campagna senza essere minacciati e che i risultati siano accettati come espressione della volontà popolare. In assenza di queste garanzie, il processo rischia di escludere proprio le comunità più colpite dalla violenza.
La comunità internazionale è chiamata a sostenere Haiti in questa fase cruciale. La sfida è duplice: fermare la violenza e ricostruire le condizioni necessarie per un ritorno alla democrazia. Una vittoria contro le gang non può essere misurata soltanto dal numero di operazioni di polizia o di arresti, ma anche dalla possibilità per gli abitanti di tornare nelle proprie case, riaprire le attività, mandare i figli a scuola e attraversare le strade senza temere di essere sequestrati o uccisi.
Per Haiti, ogni nuovo rinvio pesa come una porta che si chiude. Senza una data certa per le elezioni, il Paese resta prigioniero di un presente dominato dall’emergenza, mentre il futuro politico continua a dipendere dalla capacità di ristabilire un minimo di sicurezza. Eppure, proprio nelle urne potrebbe cominciare il percorso per ricostruire istituzioni credibili, purché il voto non sia soltanto annunciato, ma possa svolgersi davvero, in condizioni di libertà e partecipazione.
La tragedia haitiana è quella di una nazione nella quale milioni di persone chiedono protezione prima ancora di poter immaginare un futuro. Le gang cercano di imporre il proprio attraverso la paura e l’intimidazione; lo Stato tenta di riconquistare il territorio e la fiducia dei cittadini. Nel mezzo restano famiglie costrette alla fuga, bambini privati della scuola e comunità intere che vivono nell’incertezza.
Il 13 dicembre 2026 avrebbe dovuto segnare una svolta per lo stremato Paese caraibico. Per ora, quella data è diventata il simbolo di una promessa mancata. E mentre la violenza continua a divorare strade, quartieri e speranze, Haiti attende ancora di poter compiere il gesto più semplice e fondamentale di una democrazia: scegliere liberamente il proprio futuro.
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