L’Europa non aveva mai registrato così tante infezioni da West Nile virus. E l’Italia è il Paese con il maggior numero di casi segnalati. Ma la vera domanda non è quante zanzare dobbiamo eliminare: è perché, pur conoscendo da anni il virus, continuiamo a dover rincorrere la sua diffusione.
Il 15 ottobre 2026 il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha comunicato un record: 1.715 infezioni umane autoctone nell’Unione europea, di cui 748 in Italia. I decessi europei sono 130, compresi 56 italiani. I dati si riferiscono al 7 ottobre.
La situazione è seria, ma occorre distinguere diffusione e gravità. L’ECDC non rileva un aumento della severità clinica: le percentuali di ricoveri, complicanze neurologiche e decessi tra i casi notificati rimangono inferiori a quelle osservate nel decennio precedente.
Il confronto presenta tuttavia alcuni limiti. I sistemi di sorveglianza non identificano tutte le infezioni, spesso asintomatiche, e differiscono tra Paesi. Il numero dei casi notificati non coincide quindi con quello reale delle persone contagiate.
Il virus conquista nuovi territori
Fino a pochi anni fa West Nile era considerato soprattutto un problema delle aree mediterranee e di alcune pianure europee.
Oggi la geografia sta cambiando.
Nel 2026 sono state segnalate infezioni autoctone in 187 aree territoriali di 13 Paesi europei. Grecia e Francia hanno registrato i rispettivi massimi storici, mentre il Belgio ha documentato per la prima volta infezioni umane contratte localmente. Nei Paesi Bassi sono stati notificati 59 casi.
Il virus circola principalmente tra uccelli selvatici e zanzare, soprattutto del genere Culex. L’uomo rappresenta un ospite occasionale e normalmente non contribuisce a mantenere il ciclo di trasmissione.
La maggioranza delle infezioni non provoca sintomi. Una parte determina febbre e malessere; in una minoranza possono comparire meningite, encefalite o altre complicanze neurologiche.
Gli anziani e le persone immunodepresse sono maggiormente esposti alle forme gravi.
Non esiste attualmente un vaccino autorizzato per uso umano.
L’Italia ha già un Piano. Perché non basta?
Il nostro Paese dispone di un Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle arbovirosi 2020–2025, prorogato al 2026.
Il documento integra sorveglianza umana, veterinaria ed entomologica.
Sulla carta, quindi, l’approccio One Health richiesto dall’ECDC esiste già.
Il problema non è inventare un nuovo Piano, ma verificare quanto efficacemente venga applicato nei diversi territori.
Una zanzara infetta identificata attraverso la sorveglianza entomologica, oppure un uccello positivo, può segnalare la circolazione virale prima della comparsa dei casi umani riconosciuti.
Questo anticipo dovrebbe permettere alle autorità sanitarie di attivare controlli, comunicazione del rischio e misure per la sicurezza delle donazioni.
Ma l’efficacia dipende dalla rapidità con cui le informazioni raggiungono i servizi competenti e vengono trasformate in interventi.
La disinfestazione da sola non risolve il problema
Spesso, quando emerge un caso, la risposta visibile è l’intervento contro le zanzare adulte.
Ma una campagna occasionale non equivale a una strategia di prevenzione.
La gestione integrata dei vettori combina monitoraggio, eliminazione dei focolai larvali, manutenzione delle aree a rischio, interventi mirati e informazione ai cittadini.
Gli interventi larvicidi possono essere utili nei siti che non possono essere prosciugati; i trattamenti adulticidi devono invece essere valutati in funzione del rischio, dell’efficacia attesa e dei possibili effetti ambientali.
Non tutte le misure hanno la stessa solidità di evidenza, né producono risultati identici in ogni territorio.
Per questo bisognerebbe misurare non soltanto quante disinfestazioni vengono effettuate, ma se diminuiscono la densità dei vettori e il rischio di trasmissione.
Il valore economico della prevenzione
Un’infezione neuroinvasiva può comportare ricovero, assistenza intensiva, riabilitazione e, nei casi più gravi, disabilità persistenti.
Ma questo non significa che qualsiasi intervento di disinfestazione sia automaticamente conveniente.
Per valutare correttamente i programmi occorrerebbe confrontare costi della sorveglianza, trattamenti ambientali, personale impiegato e benefici sanitari effettivamente ottenuti.
Il dato fondamentale sarebbe conoscere quante infezioni gravi vengono prevenute per ogni euro investito.
Oggi le differenze territoriali nei sistemi di rilevazione, nei costi e nelle condizioni ambientali rendono difficile produrre una stima economica unica valida per tutta l’Italia.
È proprio questa una delle lacune che una politica nazionale dovrebbe affrontare.
Sangue e trapianti: la prevenzione invisibile
Esiste poi un risultato della sorveglianza che i cittadini vedono raramente.
Quando viene documentata la circolazione del virus, si attivano misure specifiche per proteggere trasfusioni e trapianti, secondo il livello di rischio e le disposizioni nazionali.
Screening e controlli sui donatori consentono di ridurre il rischio di trasmissione attraverso sangue e organi.
Sono interventi che dimostrano come la prevenzione possa essere organizzata prima che un paziente manifesti la malattia.
Nel 2026 l’ISS ha inoltre segnalato un limite informativo: i bollettini italiani non riportano temporaneamente alcune analisi per sesso ed età. Questo riduce il dettaglio epidemiologico disponibile, pur mantenendo la sorveglianza nazionale e le misure di sicurezza trasfusionale.
La sfida per il SSN
Il record europeo impone di ripensare la prevenzione come una funzione permanente del sistema sanitario.
ASL, Comuni, servizi veterinari, istituti zooprofilattici, laboratori, autorità ambientali e strutture ospedaliere devono operare attraverso una rete coordinata.
Servono indicatori pubblici: tempo tra rilevazione del virus e attivazione delle misure, copertura dei controlli entomologici, tempestività diagnostica e capacità di proteggere le persone più vulnerabili.
Il risultato non può essere misurato soltanto dal numero dei casi individuati: una sorveglianza migliore può inizialmente far aumentare le diagnosi.
West Nile dimostra che l’ospedale è spesso l’ultimo anello della prevenzione.
Quando un anziano arriva in Pronto Soccorso con un’encefalite, molte delle occasioni per interrompere la catena del rischio sono già passate.
Il futuro della sanità pubblica dipenderà sempre più dalla capacità di agire prima, collegando ambiente, animali e persone.
Perché contro West Nile la vera innovazione non è una nuova disinfestazione. È un sistema sanitario capace di anticipare il pericolo.
References:
1. ECDC, Record-high West Nile virus infections reported amid spread to new parts of Europe, comunicato del 15 ottobre 2026.
2. ECDC–EFSA, Surveillance of West Nile virus infections in humans and animals in Europe, rapporto ottobre 2026, dati al 7 ottobre.
3. Istituto Superiore di Sanità, Sorveglianza dei casi umani di infezione da West Nile e Usutu virus, Bollettino n. 12, 15 ottobre 2026.
4. ISS, Febbre West Nile: trasmissione, sintomi e prevenzione.
5. Ministero della Salute, Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle arbovirosi 2020–2025, prorogato al 2026, disponibile sul portale EpiCentro dell’ISS.
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