#Finsubito news dalla rete – Un governo stabile, un’economia ferma


Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), pubblicato dal Governo per definire il nuovo quadro macroeconomico fino al 2029 e l’evoluzione dei conti pubblici nel prossimo triennio, prefigura una manovra di bilancio per il 2027 molto prudente che rispetta le regole europee ed è ben lontana dalle aspettative di maggiori spese in vista dell’anno elettorale. Tuttavia, bassa crescita ed elevato debito continuano a rappresentare i due grandi punti deboli del nostro Paese di fronte alle forti turbolenze che scuotono i mercati finanziari globali e si ripercuotono sull’area dell’euro.

Per la crescita il Dpfp offre a breve qualche segnale positivo. Il Pil italiano, che era previsto crescere quest’anno dello 0,6%, toccherà l’1% grazie agli aumenti acquisiti. Ma dal prossimo anno l’Italia riprenderà a crescere a ritmi modesti nell’ordine dello 0,8-0,9%, collocandosi tra le economie europee con la crescita più lenta.

Quanto al debito, il Dpfp prevede un rapporto pari al 138,1% del Pil nel 2026, ovvero il secondo valore più elevato dell’eurozona dopo la Grecia (143,5%), e ben superiore a quello francese (117,6%). Il rapporto salirebbe ancora al 138,4% nel 2027; il sentiero discendente ripartirebbe soltanto dal 2028, per restare comunque al 136,3% nel 2029.

“Il governo più stabile, l’Italia più forte” è stato lo slogan scelto dal governo Meloni per celebrare lo scorso mese il primato di longevità tra gli esecutivi della Repubblica. Se si osserva l’economia italiana, tuttavia, dopo questi quattro anni di vita dell’attuale maggioranza è lecito dubitare che la continuità politica sia stata utilizzata per conferirle davvero nuova forza. Come confermato dal Dpfp, il Paese resta fortemente indebitato, con una crescita poco superiore allo zero e inferiore alla media dell’area euro.

Sono risultati tanto più deludenti se si considera una circostanza eccezionale: l’Italia ha avuto a disposizione in questi ultimi anni, a partire dal 2023, il più grande Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) europeo, creato per rilanciare l’economia dopo la pandemia di Covid-19. Si è trattato di un enorme ammontare di risorse, pari a 194,4 miliardi di euro, oltre il 9% del Pil italiano.

Certo il Pnrr ha prodotto effetti importanti: investimenti pubblici, costruzioni, digitalizzazione e alcune riforme della pubblica amministrazione, della giustizia e della concorrenza hanno sostenuto l’attività economica, ma il problema è un altro. Il vero successo del Pnrr non si doveva misurare soltanto da quanto riuscire a spendere entro la scadenza, ma da quanto di quella spesa far rimanere sotto forma di maggiore produttività e crescita al termine del Piano.

Si è prestata molta più attenzione alla capacità di spesa delle risorse che alla loro allocazione efficiente e lungimirante

È proprio su questo terreno che il bilancio appare finora estremamente modesto. Si è prestata molta più attenzione alla capacità di spesa delle risorse che alla loro allocazione efficiente e lungimirante. Inoltre, per realizzare effetti sulla capacità produttiva, sarebbero state necessarie anche riforme importanti atte a rimuovere alcuni degli ostacoli che da tempo frenano l’economia italiana. Anche in questo ambito si è fatto poco, lasciando irrisolti problemi annosi. Non è stata colta così un’occasione unica per trasformare l’economia del Paese offerta dall’eccezionale disponibilità di risorse del Pnrr, e difficilmente ripetibile.

Un risultato positivo e incontestabile degli ultimi anni riguarda invece l’occupazione. Secondo i dati Istat, nell’agosto 2026 gli occupati erano 24 milioni e 352 mila; il tasso di occupazione aveva raggiunto il 63% e quello di disoccupazione era sceso al 6,2%. Sono numeri importanti, tanto più che nell’ultimo anno sono aumentati soprattutto i dipendenti permanenti, mentre sono diminuiti quelli a termine.

Oltre al numero dei posti di lavoro, però, contano la loro qualità, la produttività che li sostiene e i salari che ne derivano. Su questo versante il quadro è meno favorevole. Una parte rilevante della nuova occupazione si è concentrata nei servizi, nelle costruzioni e nelle attività legate al turismo, dove sono frequenti basso valore aggiunto, qualifiche e retribuzioni relativamente basse. L’Istat rileva inoltre che, nel lungo periodo, lo spostamento del lavoro verso queste attività ha contribuito alla debole dinamica della produttività oraria.

La produttività del lavoro in effetti è scesa del 2,7% nel 2023 e dell’1,9% nel 2024. E senza un recupero della produttività, che resta il principale motore della crescita di un’economia avanzata, né il Pil né i salari possono aumentare stabilmente, come si è puntualmente verificato. Secondo l’Ocse, nel primo trimestre del 2026, le retribuzioni reali italiane erano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021: il divario più ampio tra le maggiori economie dell’organizzazione.

Ancora più delicato è il quadro dell’industria. L’Italia rimane la seconda potenza manifatturiera dell’Unione: nel 2025 rappresentava circa il 14% del valore della produzione industriale venduta nell’Ue, alle spalle della Germania, ma questa base è sotto pressione. A partire dal 2023 e fino al 2025, la produzione industriale italiana ha registrato quasi tre anni di calo o stagnazione, facendo temere un processo di deindustrializzazione in atto. A luglio 2026 si è registrato un modesto recupero dello 0,7%; su base annua, tuttavia, la produzione risultava invariata rispetto a un anno prima, e in lieve calo nella media degli ultimi tre mesi.

Certo molti problemi dell’industria italiana vengono da lontano: l’Ilva, la crisi dell’automobile, la piccola dimensione media delle imprese, il ritardo nell’innovazione. Altri provengono dall’esterno: i dazi americani, le tensioni geopolitiche, l’aumento dei prezzi energetici. Resta però una considerazione: in questi anni non siamo riusciti né a risolvere le grandi crisi della vecchia industria né, in misura sufficiente, ad attrarre e sviluppare nuove attività nei settori tecnologicamente più avanzati.

Ed è difficile spiegare tutto questo con il deterioramento del contesto internazionale, come ha fatto spesso il governo. Anche Spagna, Portogallo e Grecia hanno affrontato gli stessi shock energetici, geopolitici e commerciali; eppure, sono riusciti a crescere molto più rapidamente dell’Italia, mediamente il doppio, se non il triplo, come nel caso della Spagna.

Si è così prodotto un curioso capovolgimento della geografia della crescita europea: mentre Germania e Francia faticano, diversi Paesi mediterranei sono diventati i nuovi motori dell’Eurozona. L’Italia, pur essendo il maggiore beneficiario di Next Generation EU, non è riuscita finora a salire su quel treno.

Va invece riconosciuto al governo Meloni un risultato importante sul piano della finanza pubblica e della fiducia dei mercati. Il deficit è sceso dal 3,4% del Pil nel 2024 al 3,1% nel 2025 e il Dpfp lo prevede al 2,9% – sotto la fatidica soglia del 3 per cento – nel 2026 e nel 2027 al netto degli spazi di flessibilità per energia e difesa concessi dalla Commissione. È un risultato da non sottovalutare. La prudenza fiscale del governo, assai maggiore di quanto molti temessero nel 2022, ha contribuito a rassicurare investitori e istituzioni europee.

Si è prodotto un curioso capovolgimento della geografia della crescita europea: mentre Germania e Francia faticano, diversi Paesi mediterranei sono diventati i nuovi motori dell’Eurozona

Bisogna essere consapevoli, tuttavia, che i nostri conti pubblici non sono e non saranno al sicuro in presenza di condizioni attuali, quali una crescita debole, una produttività ferma e una base industriale sotto sforzo. E, soprattutto, con uno stock di debito pubblico che resta enorme. La conferma viene dagli avvenimenti più recenti. Lo spread Btp-Bund, che all’insediamento del governo era intorno ai 220–230 punti base ed era sceso a poco sopra 80 all’inizio di settembre 2026, ha ripreso a salire oltre i 110 punti all’inizio di ottobre.

È vero che il rialzo dello spread italiano è, almeno in larga parte, un effetto di trascinamento della crisi della Francia, il grande malato di Europa, che ha visto lo spread con il bund tedesco salire a oltre 140 a causa delle tensioni dei mercati finanziari a livello globale. Non è dunque una sentenza sull’Italia; il rischio, tuttavia, esiste anche per il nostro Paese.

Ha fatto bene il Dpfp a disegnare spazi estremamente prudenti per la manovra 2027 e rassicurare sul fatto che l’Italia non intende abbandonare la prudenza fiscale; ma il problema per l’Italia non è necessariamente essere oggi il bersaglio dei mercati: il problema è avere poco margine per assorbire un eventuale contagio europeo o globale.

E qui arriviamo forse al punto essenziale. Gli aumenti in corso dei tassi di interessi tendono a spingerli su livelli superiori al basso tasso di crescita dell’economia italiana. È esattamente la situazione che rende più difficile per un Paese stabilizzare il rapporto debito/Pil. Il Dpfp è prudente ma non rassicura sulla questione più importante: come far crescere stabilmente l’economia italiana a un ritmo superiore al costo del suo debito. Qui sta la vera vulnerabilità italiana.

In definitiva, quasi quattro anni di stabilità politica del governo Meloni, insieme a una disponibilità eccezionale di risorse europee, hanno offerto un’occasione unica per affrontare i problemi strutturali dell’economia italiana e riuscire a innalzarne in modo permanente il tasso di crescita: questa trasformazione non si è verificata. Le priorità restano dunque quelle di sempre: ridurre il debito e accrescere il potenziale di crescita. Anche la prossima legge di bilancio dovrà partire da qui e tenerne conto.


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