#Finsubito news dalla rete – Blockchain, criptovalute e altre nozioni “oscure” spiegate in modo semplice – ProspetTIve


La parola “blockchain” compare spesso accanto a “criptovalute”, “smart contract” e altre nozioni di primo acchito oscure. Nell’immaginario collettivo sono percepite come misteriose, tecniche e spesso associate a guadagni facili o ad attività illegali. In realtà, dietro questi termini si celano concetti abbastanza intuitivi se semplificati a sufficienza. Lo scopo del presente articolo è permettere a chiunque di farsi un’idea di ciò che si nasconde dietro queste nozioni tramite esempi e la semplificazione dei concetti.

La blockchain (in parole povere)

La blockchain è un termine inglese che significa, letteralmente, “catena di blocchi” e indica una particolare tecnologia per registrare informazioni.

Immagina un registro (un libro contabile) dove vengono annotate transazioni e informazioni, ad esempio:

“Antonio ha effettuato una transazione per una quantità X a favore di Carlo il 21 luglio 2025”.

Prima della blockchain, un registro di questo tipo era di solito gestito da un’autorità centrale: una banca, un notaio, un ufficio pubblico. La fiducia collettiva era riposta in questo soggetto, in quanto detiene il registro e determina la validità delle informazioni.

La blockchain introduce un paradigma differente: il registro non ha più un unico “custode”, bensì diventa condiviso e distribuito. Esso viene copiato e conservato da molti computer collegati tra loro, chiamati nodi, che partecipano alla rete. Ognuno conserva una copia e contribuisce ad aggiornarla. È come se vi fossero migliaia di quaderni identici, ciascuno in mano a una persona diversa, e, quando succede qualcosa di nuovo, tutti aggiornano il proprio quaderno nello stesso modo.

Le nuove registrazioni non vengono aggiunte una per volta in modo casuale: vengono raccolte in pacchetti di operazioni in cui ogni pacchetto è un blocco (block). I blocchi vengono poi collegati tra loro in ordine cronologico, formando una catena (chain). Da qui il nome blockchain: “catena di blocchi”. Pensa a un diario composto da pagine numerate nel quale ogni pagina contiene una serie di informazioni. Quando una pagina è completa, la si “chiude” e si passa alla successiva.

Se non esiste un “capo”, come si stabilisce quali operazioni siano valide e in che ordine debbano essere inserite? Qui entra in gioco il meccanismo di consenso, ossia un insieme di regole che permette ai partecipanti della rete di stabilire una versione unica e condivisa del registro. Senza entrare nei tecnicismi, l’idea è che, prima di aggiungere un nuovo blocco, la rete debba accordarsi sul fatto che le operazioni siano valide. Il meccanismo più famoso è il Proof of Work (quello usato da Bitcoin per intenderci), ma ne esistono molti altri (per esempio altre varianti basate su Proof of Stake o su validatori). Ogni modello ha vantaggi e svantaggi in termini di costi, velocità, sicurezza e decentralizzazione.

Una delle caratteristiche fondamentali della blockchain è la sua immutabilità (o quasi): una volta registrate e confermate, le informazioni risultano estremamente difficili da modificare. Grazie alla crittografia, ogni blocco contiene un codice che dipende sia dal proprio contenuto sia dal blocco precedente, creando un collegamento stretto tra i blocchi della catena. In questo modo, i blocchi risultano ‘incastrati’ l’uno nell’altro. Qualsiasi tentativo di alterare anche un solo dettaglio di un blocco passato ne modificherebbe il codice, rendendolo incompatibile con il blocco successivo. La catena risulterebbe quindi spezzata e la rete se ne accorgerebbe rapidamente. Inoltre, la blockchain è duplicata su un elevato numero di nodi: per modificare il registro non sarebbe sufficiente alterarne una singola copia, ma sarebbe necessario modificare simultaneamente molte versioni e convincere la rete ad accettare quella alterata. Nelle blockchain ampie e ben distribuite, ciò risulta estremamente difficile.

Riccardo Salvioni
Avvocato, docente incaricato SUPSI, Classe 1996

Transazioni sulla blockchain

Per effettuare una transazione su una blockchain (ad esempio “inviare” Bitcoin a un amico) serve innanzitutto un wallet. Il wallet non è un portafoglio nel senso tradizionale. Esso non contiene fisicamente monete: è piuttosto lo strumento che permette di gestire le chiavi crittografiche e quindi di dimostrare alla rete che si è autorizzati a spendere determinati fondi.

Ogni wallet si basa su una coppia di chiavi crittografiche asimmetriche:

  • la chiave pubblica (o, più spesso, l’indirizzo derivato da essa) è paragonabile a un codice IBAN ed è utilizzata come riferimento per ricevere versamenti;
  • la chiave privata, invece, è assimilabile a una firma digitale e deve rimanere segreta, poiché consente di autorizzare le transazioni. Al riguardo vale una massima fondamentale: “Not your keys, not your coins”, ossia se non controlli la chiave privata, non controlli davvero i fondi.

Per esempio: Antonio vuole inviare una determinata quantità di Bitcoin a Carlo. Carlo comunica ad Antonio la sua chiave pubblica. Antonio genera la transazione e la firma con la chiave privata. La rete verifica che tutto sia valido e inserisce la transazione in un blocco. Per questo servizio Antonio paga una commissione (fee) destinata a chi verifica e valida la transazione.

Criptovaluta

Una criptovaluta è una forma di valore digitale registrata su una blockchain. La più famosa è Bitcoin, ma ne esistono molte altre. In pratica, “possedere” criptovaluta significa controllare la chiave privata di un wallet al quale la rete attribuisce il “possesso” di determinate quantità spendibili di criptovaluta. Detto in modo pratico: dire “ho Bitcoin” significa dire “controllo la chiave privata alla quale la rete, in virtù delle iscrizioni nel registro, consente di spendere Bitcoin”.

Smart contract

Alcune blockchain (come Ethereum) permettono di eseguire smart contract, cioè programmi che si attivano automaticamente quando si verificano determinate condizioni. In linea di principio, non sono “contratti” nel senso giuridico del termine; si tratta di codici che si eseguono secondo determinate regole preimpostate.

L’aspetto rivoluzionario degli smart contract è che possono svolgere la funzione di escrow senza bisogno di un intermediario. Le parti “versano” i fondi nello smart contract, che li blocca e li custodisce. Quando si verificano le condizioni previste nel codice, lo smart contract esegue automaticamente l’accordo e rilascia i fondi al destinatario corretto.

Conclusione

Blockchain, criptovalute e smart contract non sono né magia né necessariamente “mondi oscuri”. Ruotano attorno a un’idea semplice: un registro condiviso che più persone mantengono e verificano insieme. È un’architettura della fiducia diversa dal modello tradizionale: invece di affidarsi a un’autorità centrale, ci si affida a regole, crittografia, e alla collaborazione di una rete di partecipanti.


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