Il via libera al parco galleggiante è una buona notizia, ma senza un hub industriale e una regia pubblica la transizione resta incerta e rischia di essere ingiusta
Nei giorni scorsi la commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente ha espresso parere favorevole alla realizzazione di un parco eolico galleggiante al largo di Civitavecchia: 28 turbine da 18 megawatt, per una potenza complessiva di 504 megawatt, a oltre venti chilometri dalla costa. La notizia ha un significato rilevante non solo per la città, ma anche per chi osserva gli impatti della transizione energetica sui territori, in particolare nelle zone di sacrificio dove il fossile ha storicamente disaccoppiato lavoro e salute.
Civitavecchia è una di queste zone. Nel suo territorio per decenni sono state attive tre centrali elettriche. La più grande, Torre Valdaliga Nord, alimentata prima a petrolio e poi a carbone, è stata spenta alla fine del 2025, ma è rimasta in «riserva fredda», pronta a essere riattivata fino al 2038, salvo ulteriori ripensamenti del governo. In questo contesto, l’eolico offshore è diventato per una parte della città non solo un’alternativa occupazionale, ma la possibilità di un riscatto, e anche una riparazione per la servitù ambientale subita per decenni.
Il parere ambientale favorevole è quindi una buona notizia, anche se è arrivato dopo oltre tre anni di istruttoria. Tuttavia, l’autorizzazione non vuol dire realizzazione dell’impianto, e quest’ultima non implica gli stessi benefici per tutti.
Il progetto è promosso dal consorzio Divento, costituito da Plenitude (società del gruppo Eni), da Cdp Equity (gruppo Cassa depositi e prestiti) e dal fondo infrastrutturale danese Copenhagen Infrastructure Partners, in collaborazione con partner esperti nella progettazione di queste infrastrutture, come 7Seas Windpower e NiceTechnology. Per questi soggetti l’investimento sarà conveniente, e pertanto realizzabile, solo con un quadro di incentivi adeguato.
Le rinnovabili innovative o con costi di generazione elevati, come l’eolico in mare, sono sostenute dal decreto FER2. Il sostegno viene assegnato attraverso aste: lo Stato fissa una tariffa di riferimento e i produttori competono offrendo un ribasso. Per gli impianti di maggiori dimensioni il meccanismo funziona come un contratto per differenza bidirezionale: se il prezzo di mercato è inferiore alla tariffa aggiudicata, il GSE versa la differenza; se è superiore, è il produttore a restituirla. Per l’eolico offshore la tariffa di riferimento è di 185 euro a megawattora per 25 anni. Gli operatori del floating la giudicano tuttavia insufficiente e le aste non sono ancora partite. Nel giugno 2026 il Ministero ha proposto di mantenere i 185 euro per il galleggiante, indicizzandoli all’inflazione ed eliminando la riduzione automatica del 3 per cento nelle aste successive. Non è chiaro, tuttavia, se questa misura convinca gli investitori e renda bancabili i progetti in essere.
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Per i cittadini del comprensorio, e in particolare per i lavoratori della centrale e le imprese dell’indotto, i benefici dipendono invece in larga misura dalla realizzazione dell’hub industriale per la filiera dell’eolico offshore, e cioè dalle attività di produzione, assemblaggio, logistica e manutenzione attorno a cui era stata costruita la promessa della riconversione. Il parco, da solo, non è sufficiente a generare questi benefici: il cantiere creerà molta occupazione, ma solo per alcuni anni, mentre a regime l’impianto darà lavoro a poche decine di persone. Allo stato attuale, tuttavia, non esistono condizioni e investitori che assicurino la realizzazione dell’hub. I fattori principali che contribuiscono a questo esito sono almeno quattro.
Il primo riguarda la minore competitività di Civitavecchia, rispetto ad altri territori portuali, nell’attuale quadro delle politiche di sviluppo locale adottato dal governo Meloni. Un decreto interministeriale del 2025 ha individuato Taranto e Augusta come scali prioritari per l’assemblaggio e la movimentazione delle strutture dell’eolico offshore, assegnando a Civitavecchia un ruolo secondario. Ufficialmente, l’esito è legato alla qualità e alla fattibilità dei progetti presentati dalle varie autorità. Tuttavia, a incidere sono stati anche fattori strutturali. Civitavecchia non è né Nord né Sud, e non solo dal punto di vista geografico, ma anche socio-economico: è esclusa dalla Zona economica speciale del Mezzogiorno, che offre agevolazioni fiscali e procedure semplificate, ma non ha la dimensione dei grandi hub logistici europei; infine, è un territorio con un peso elettorale minimo nei meccanismi del consenso e dello scambio politico.
Il secondo riguarda la governance del porto. La riforma del 2016 ha escluso imprese e sindacati dagli organi decisionali delle autorità portuali e ha concentrato i poteri nel presidente, di nomina governativa, riducendo l’influenza degli attori locali su uno degli asset da cui dipende la riconversione. Il progetto per la logistica dell’eolico offshore presentato dall’Autorità portuale al Ministero è stato elaborato senza il coinvolgimento di sindacati, imprenditori e amministratori locali, e forse anche questo ha contribuito alla sua minore incisività. Anni prima era accaduto il contrario: il progetto Zephyro per l’elettrificazione verde del porto, ideato da esperti vicini ai movimenti ambientalisti locali, era stato presentato alla Commissione europea e aveva sfiorato il finanziamento. C’era, però, un altro presidente.
Il terzo riguarda il mercato e, di riflesso, le politiche industriali. Secondo Anev ed esperti del settore, una filiera nazionale dell’eolico offshore richiederebbe almeno 15 gigawatt di impianti installati, mentre il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima ne prevede poco più di 2 al 2030. Inoltre, la filiera industriale europea è già concentrata in alcuni hub del Nord Europa e della Spagna. Chi realizza il parco, peraltro, è interessato alla produzione e alla vendita di energia, non alla costruzione delle componenti. Per attrarre le imprese che le producono servirebbe quanto meno un indirizzo politico chiaro sul ruolo che l’eolico offshore dovrà avere nel futuro energetico del paese. Questa chiarezza, tuttavia, manca. Lo dimostra il Piano di gestione dello spazio marittimo: la direttiva europea chiedeva di adottarlo entro il 2021, ma l’Italia lo ha completato solo alla fine del 2024, e le aree in cui insediare gli impianti non sono ancora state definite. Nel frattempo, secondo Legambiente, i privati hanno presentato oltre 90 progetti, per circa 74 gigawatt, localizzati secondo la convenienza di ciascun proponente. In altre parole, la pianificazione pubblica è arrivata dopo l’iniziativa privata, invece di orientarla.
Il quarto fattore, che frena la realizzazione dell’hub e, più in generale, una transizione davvero giusta a Civitavecchia, riguarda anch’esso le politiche pubbliche. In primo luogo, l’Italia non ha accompagnato il phase-out con una legge organica di riconversione territoriale paragonabile a quella tedesca, che ha previsto fino a 40 miliardi di euro per le regioni carbonifere. Il Just Transition Fund italiano, inoltre, riguarda soltanto Taranto e il Sulcis Iglesiente, escludendo Civitavecchia e Brindisi. A Civitavecchia il Mimit ha raccolto decine di manifestazioni d’interesse e progetti di investimento, ma finora non ne è emerso un programma industriale integrato con la filiera offshore. Negli atti ufficiali del governo, del resto, il parco eolico non compare come parte della transizione di Civitavecchia dal carbone. La riserva fredda complica inoltre la disponibilità delle aree della centrale, anche se a luglio 2026 il governo ha aperto alla definizione di un cronoprogramma per renderle disponibili alla reindustrializzazione.
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Quanto accade a Civitavecchia non è un caso isolato. Una ricerca recente, analizzando circa 92 mila progetti verdi finanziati dal Pnrr, mostra che gli investimenti a maggiore intensità innovativa tendono a concentrarsi nelle aree metropolitane, mentre nei comuni periferici e meno sviluppati prevalgono interventi di adattamento e ripristino, e alcuni territori restano del tutto esclusi.
Nelle zone di sacrificio del fossile questa asimmetria ha conseguenze più gravi che in altri territori. Il carbone ha creato monoculture industriali, che hanno vincolato le competenze e limitato prospettive di sviluppo alternative. In questi territori la transizione è attesa come una forma di riparazione per decenni di danni ambientali e sanitari. Se la riparazione non arriva, l’esclusione dai benefici è vissuta come la ripetizione del sacrificio in una forma nuova: un sacrificio, questa volta, verde.
L’eolico offshore è una tecnologia affascinante, e il suo potenziale energetico la rende attraente per un paese che deve sostituire rapidamente il gas. Si tratta, tuttavia, di una tecnologia ad altissima intensità di capitale, in cui il costo dell’energia dipende in modo significativo dal costo del finanziamento. Se la sua realizzazione è affidata al mercato, gli investitori privati la sostengono solo se ottengono un rendimento adeguato, e questo rendimento è pagato dai cittadini attraverso la bolletta. I 185 euro a MWh, ancora insufficienti per gli operatori, sono più del doppio del prezzo a cui è venduta l’energia eolica onshore.
I produttori dell’eolico sostengono che, se si consentirà loro di costruire gli impianti, la crescita della domanda attirerà anche la produzione delle componenti e farà scendere i costi, come è accaduto con le rinnovabili «tradizionali», che oggi producono energia a un costo inferiore a quello del gas. Questo meccanismo, noto come «legge di Wright”, non dice però dove si collochino i benefici industriali della crescita. Nel caso del solare, la riduzione dei costi è dipesa in modo decisivo dall’ingresso dei produttori cinesi, sostenuti da una politica industriale di Stato su scala enorme, e ha concentrato in Cina gran parte della capacità manifatturiera, a scapito soprattutto dell’Europa. Con l’eolico offshore potrebbe accadere qualcosa di simile: anche se i costi scendessero, la produzione delle componenti potrebbe finire altrove, e a Civitavecchia, e in altre zone in Italia interessate da questi progetti, resterebbe soltanto la funzione di ospitare gli impianti.
Le dimensioni infrastrutturali e finanziarie dell’eolico offshore, la complessità della sua installazione e la necessità di costruire di pari passo una filiera locale pongono una questione di fondo: se questi obiettivi si raggiungano più rapidamente coordinando gli attori di mercato attraverso regolazione e pianificazione, oppure affidando l’operazione allo Stato.
Che la seconda strada non sia peregrina lo suggerisce anche una delle misure oggi allo studio per abbassare la tariffa dell’eolico offshore: affidare le opere di connessione alla rete a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Terna, sebbene sia quotata, è controllata dallo Stato e opera in regime di monopolio, con un rendimento fissato dall’autorità di regolazione: per questa ragione può finanziarsi a costi più bassi di un operatore privato. Lo stesso ragionamento vale, a maggior ragione, per un soggetto parimenti «pubblico» che realizzasse gli impianti con la certezza di utilizzarne l’energia per molti anni e sapendo dove e quando realizzarli. Potrebbe finanziarsi a un tasso agevolato, realizzare più impianti fino a raggiungere una soglia sufficiente a sostenere una filiera, e vendere l’energia a un prezzo più vicino al costo di produzione.
Eni ed Enel, le grandi imprese energetiche a partecipazione pubblica, potrebbero svolgere egregiamente questo ruolo, anche in collaborazione con le utility regionali e interregionali. Oggi, tuttavia, si muovono come qualsiasi operatore privato. Secondo Massimo Florio, nel suo recente Il capitale contro lo Stato (Feltrinelli), è il sintomo di una trasformazione più ampia: un capitalismo oligopolistico che cresce meno di quello del dopoguerra non considera più sostenibile uno Stato che produce beni pubblici, e tende a occuparlo e a svuotarlo, colpendone l’indipendenza, la competenza amministrativa e la capacità di intervento diretto nell’economia.
L’alternativa, tuttavia, non può essere il vecchio statalismo. Quel modello era centralizzato e verticale: funzionava in un’economia in cui bastava portare energia e infrastrutture dove mancavano, ma ha prodotto anche impianti calati sui territori senza che questi avessero voce sul loro destino. Civitavecchia lo sa bene. Una transizione come quella dell’eolico offshore richiede piuttosto un’alleanza tra Stato e intelligenza sociale. Lo Stato porta capitale paziente, un orizzonte lungo e missioni che precedono e rendono possibile l’iniziativa privata. L’intelligenza sociale porta la conoscenza dei problemi, la capacità di definirli prima che diventino progetti e di correggere la rotta quando le cose non vanno. Civitavecchia l’ha già dimostrata con il progetto Zephyro.
Va respinta, inoltre, una spiegazione tanto diffusa quanto comoda, secondo cui le cose non funzionano «perché manca la politica». A Civitavecchia non sono mancati i processi: mobilitazioni, una coalizione capace di tenere insieme sindacati, ambientalisti, imprese e istituzioni locali, tavoli ministeriali, manifestazioni d’interesse, decreti, un’autorizzazione ambientale. Sono mancate le decisioni capaci di produrre effetti. Il caso è ricco di processi e povero di risultati, e invocare «più politica» rischia di suggerire che basterebbe aggiungere altri processi, proprio ciò di cui Civitavecchia non ha bisogno.
Perché i processi producano effetti servono almeno quattro condizioni, che il caso rende evidenti: che i territori abbiano voce nelle sedi in cui si decide; che gli asset critici, come aree, banchine e linee di trasmissione, non siano vincolati o governati altrove; che la scala degli investimenti sia sufficiente a sostenere una filiera; e che la pianificazione pubblica preceda l’iniziativa privata, invece di ratificarla a posteriori. Quando queste condizioni mancano, i processi si moltiplicano proprio perché costano poco e non spostano nulla. La partecipazione diventa allora un surrogato della decisione, una forma di proceduralismo compensativo che, se non genera effetti, consuma la fiducia dei territori invece di accumularla.
*Claudio Marciano è ricercatore in sociologia del territorio e dell’innovazione presso l’Università di Genova. È autore, assieme al giornalista Report Rai Manuele Bonaccorsi, del libro I Padroni del vaccino. Chi vince e chi perde nella lotta contro il Covid-19 (Piemme, 2022). Filippo Barbera è professore ordinario di sociologia economica e del lavoro presso il Dipartimento Cps dell’Università di Torino e fellow presso il Collegio Carlo Alberto. Si occupa di economia fondamentale, sviluppo delle aree marginalizzate e teoria sociale applicata.
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