La premier chiede all’Ue maggiore flessibilità per sostenere famiglie e imprese. La manovra si intreccia con la battaglia sul futuro dell’industria europea.
Giorgia Meloni chiede a Bruxelles più libertà di spesa per affrontare il caro energia. E manda un avvertimento: «L’Italia non siede in Europa per dire sempre di si». La presidente del Consiglio parla agli industriali di Assolombarda, ma il messaggio è rivolto soprattutto ai vertici dell’Unione europea. Con i prezzi che continuano a salire, il governo vuole poter aiutare famiglie e imprese senza sottrarre denaro agli investimenti. Una richiesta dalla quale dipenderanno anche alcune scelte della prossima manovra.
Meloni agli industriali: Bruxelles deve fare di più
La premier parte dalle difficoltà che le aziende italiane stanno affrontando. La crisi in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le tensioni nel Mar Rosso hanno fatto aumentare il costo dell’energia, delle materie prime e dei trasporti, riducendo i margini delle imprese.
«Se non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo, rischiamo di restare in balia dell’emergenza», avverte Meloni. Il problema riguarda anche i consumatori, perché il caro energia continua a pesare sui prezzi italiani. Da qui la richiesta di cambiare le regole europee sulla spesa pubblica.
La partita dei 29 miliardi passa dall’Europa
Il governo punta a utilizzare una parte della flessibilità concessa da Bruxelles per alleggerire il peso dei rincari. Sul tavolo ci sono circa 29 miliardi destinati a difesa ed energia, con una revisione delle priorità di spesa già avviata.
Giancarlo Giorgetti vorrebbe indirizzare le risorse verso infrastrutture pubbliche, mobilità sostenibile, idroelettrico e nuovi interventi a sostegno delle aziende. Il ministro dell’Economia deve però attendere l’esito della trattativa europea prima di stabilire quanti soldi potranno essere impiegati e per quali misure.
Giorgetti vuole confermare la flat tax sugli aumenti salariali
Tra i provvedimenti sui quali il governo intende investire c’è la proroga della tassazione agevolata al 5% sugli aumenti ottenuti dai lavoratori privati attraverso i rinnovi contrattuali.
Il costo stimato è di circa due miliardi di euro. Giorgetti conferma l’intenzione di proseguire: «Continueremo in qualche modo ad alimentarla». La misura nasce dalla collaborazione tra imprese e Stato, chiamati a «rispondere all’emergenza salariale».
I dati Istat spiegano perché il governo voglia insistere. Le retribuzioni effettive hanno perso il 9,4% del potere d’acquisto, quelle contrattuali il 9,3%, rispetto ai livelli precedenti. Gli aumenti in busta paga, insomma, non sono bastati a recuperare quanto sottratto dall’inflazione.
L’inflazione mangia anche i margini della manovra
Il rincaro dei prezzi colpisce le famiglie, mette in difficoltà le imprese e appesantisce i conti dello Stato. È proprio su quest’ultimo aspetto che Meloni insiste nel confronto con l’Unione.
Secondo la premier, le crisi internazionali obbligano il governo a sostenere spese maggiori senza che siano state adottate nuove decisioni politiche. Soldi che, rispettando gli attuali vincoli europei, non possono essere utilizzati per altri interventi.
La Commissione europea ha già previsto strumenti di sostegno per cittadini e aziende esposti ai rincari. Roma vuole andare oltre, ottenendo margini di bilancio più ampi.
Anche perché una crescita economica prevista attorno all’1% non basta a cancellare le preoccupazioni per deficit e debito pubblico.
Quattro miliardi dalle banche, ma la maggioranza litiga
Mentre attende una risposta dall’Europa, il governo cerca risorse anche in Italia. Le trattative con banche, assicurazioni e società energetiche potrebbero portare nelle casse pubbliche circa quattro miliardi di euro.
L’ipotesi divide però gli alleati. Antonio Tajani respinge una tassa sugli extraprofitti, liquidandola come «una parola da Unione Sovietica, estratta dal Capitale di Marx». Matteo Salvini prova a rassicurare gli istituti di credito ed esclude «alcun intervento a gamba tesa».
Le differenze riguardano anche le priorità della legge di Bilancio. Forza Italia vuole ridurre l’Irpef al 33% per i redditi fino a 60mila euro. La Lega insiste sulle pensioni, sull’estensione delle Zes e sull’abolizione del canone Rai. Richieste che devono fare i conti con le risorse effettivamente disponibili.
Anche il bilancio europeo finisce sotto pressione
La disputa sui soldi si allarga al prossimo bilancio pluriennale europeo.
Nel negoziato vengono ipotizzati tagli per 141 miliardi di euro, con riduzioni del 13% alle risorse per la competitività e del 17% a quelle destinate all’azione esterna, secondo la ricostruzione riportata nel materiale esaminato.
I Paesi cosiddetti frugali chiedono ulteriori risparmi. La Germania, attraverso il cancelliere Friedrich Merz, considera ancora lontana un’intesa.
La discussione rischia così di investire proprio quei settori sui quali l’Europa sostiene di voler puntare per rafforzare la propria economia.
Meloni difende agricoltura e industria italiana
La presidente del Consiglio si oppone ai tagli che potrebbero penalizzare la coesione territoriale e la politica agricola. Vuole anche rivedere il sistema Ets, accusato di far aumentare i costi dell’energia per le imprese manifatturiere.
Per sostenere questa posizione cerca alleati tra i governi europei. Con Merz e il primo ministro belga Bart De Wever firma una lettera che sollecita interventi più rapidi sul caro energia, meno burocrazia e nuove misure per rendere competitive le aziende.
È una battaglia che riguarda direttamente anche il settore automobilistico.
Macron e Merz provano a salvare i motori termici
Francia e Germania lavorano infatti a un accordo per ammorbidire lo stop europeo alle automobili con motori tradizionali.
La proposta in discussione prevede una riduzione delle emissioni del 90%, lasciando spazio alla produzione di alcune vetture termiche e ibride. Berlino vorrebbe eliminare parte degli obblighi relativi ai carburanti sostenibili, mentre Parigi punta a riservare gli incentivi pubblici alle produzioni realizzate nell’Unione.
Le due maggiori economie europee cercano così di proteggere le proprie industrie, alle prese con la concorrenza cinese e i costi della transizione ecologica.
Volkswagen perde terreno, soprattutto in Cina
Le difficoltà del settore emergono dai risultati Volkswagen. Le vendite globali scendono del 9%, fermandosi a 6,01 milioni di veicoli. In Cina il calo supera il 30%, proprio nel mercato sul quale il gruppo tedesco punta per rilanciarsi.
L’azienda ha già annunciato un piano per ridurre i costi di 16 miliardi di euro, accompagnato da pesanti tagli occupazionali.
Per i costruttori europei il problema è riuscire a sostenere la trasformazione industriale senza perdere ulteriori quote di mercato. Una preoccupazione che spiega perché Parigi e Berlino vogliano riaprire il confronto sulle regole del Green Deal.
La manovra italiana aspetta il verdetto di Bruxelles
La discussione torna così al punto dal quale Meloni era partita davanti agli industriali: trovare risorse per sostenere l’economia senza compromettere i conti pubblici.
Giorgetti deve conoscere i margini effettivamente concessi dalla Commissione prima di chiudere la legge di Bilancio. La Corte dei conti, nel frattempo, richiama l’attenzione sul debito e sulla spesa per interessi, destinata a crescere di circa 20 miliardi nel triennio considerato.
Le richieste dei partiti si accumulano, ma il governo non sa ancora quanti soldi potrà spendere. Meloni ha spiegato agli imprenditori quale strada vuole seguire. Adesso deve convincere Bruxelles a lasciargliela percorrere.
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