Debito pubblico in salita più a lungo del previsto, margini sempre più stretti per le leggi di Bilancio e conti esposti agli shock energetici e geopolitici. È questo il quadro che emerge dalle audizioni alla Camera dei deputati sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026. La Corte dei conti avverte che la ripresa rischia di rallentare, mentre l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), pur validando le previsioni macroeconomiche del governo, stima che il debito inizierà a scendere solo nel 2029. Istat, Cnel e Banca d’Italia richiamano invece l’attenzione sui rischi per la crescita, sulle politiche europee e sulla necessità di preservare la credibilità dei conti pubblici.
Le lacune del Dpfp e le riforme necessarie secondo la Corte dei conti
Secondo le stime del governo, il rapporto debito/pil salirà al 138,1% alla fine del 2026 e al 138,5% nel 2027, per poi scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. A pesare, osserva la Corte dei Conti, sono l’impatto di cassa del Superbonus e il maggiore deficit legato alla flessibilità europea per finanziare energia e difesa: il ritorno a una riduzione del debito slitta così di un anno.
I magistrati contabili riconoscono l’incertezza del quadro internazionale, ma segnala anche carenze informative che rendono difficile «valutare la tenuta dei conti pubblici» e la coerenza delle scelte con le priorità del governo. In particolare, mancano una definizione più approfondita delle politiche di settore e la quantificazione degli effetti finanziari delle misure che saranno inserite nella manovra, nonostante la richiesta esplicita del Parlamento.
Per questo, secondo la Corte dei conti, il Dpfp assume «ancora una volta» un carattere interlocutorio, più simile a un aggiornamento delle previsioni che a un documento di programmazione. Con margini limitati per nuove misure discrezionali, la Corte invita ai proseguire con le riforme e gli investimenti del Pnrr e di concentrare gli interventi su investimenti ad alta produttività, famiglie a basso reddito e imprese più esposte ai costi energetici. Tra le priorità anche sanità, istruzione, formazione e ricerca.
Istat: lo shock energetico costa 0,2% di pil nel 2027
Il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, avverte che la finanza pubblica resta esposta a rischi al ribasso, dovuti principalmente all’incertezza globale, ciò «nonostante negli ultimi anni l’economia si sia mostrata resiliente anche grazie agli investimenti del Pnrr». Sarà pertanto «necessario monitorare la trasmissione dei rincari energetici a famiglie e imprese» preservando gli investimenti, la produttività e il potere d’acquisto.
In uno scenario di persistenti tensioni sull’offerta energetica, l’Istat stima un aumento dei tassi di interesse a breve di 50 punti base sia nel 2027 sia nel 2028 rispetto allo scenario base, accompagnato da maggiore inflazione e incertezza sui mercati. L’impatto sulla crescita sarebbe negativo per 0,2 punti percentuali nel 2027, per 0,4% nel 2028 e per altri 0,2 puni nel 2029, «pur in assenza di ulteriori shock».
Cnel, il monito di Brunetta: Bce stia attenta a non esagerare
Renato Brunetta, presidente del Cnel, ragiona invece sull’Europa: sulle sue riforme e sulle sue politiche (anche monetarie). Non a caso invita la Bce a evitare un’eccessiva stretta monetaria perché rischia di frenare la crescita e la produttività. «Troppa restrizione riduce il potenziale e la produttività, che è l’arma più potente contro l’inflazione», avverte, secondo cui l’Italia si trova su un «sentiero stretto» tra sostegno alla crescita e risanamento dei conti pubblici.
Brunetta giudica positivamente l’impianto del Dpfp, pur definendolo generico, e indica come obiettivo la chiusura del 2026 con un deficit al 2,9% del pil, sotto la soglia europea del 3%. La flessibilità di bilancio, aggiunge, va gestita «senza troppe luci e senza troppo clamore», per evitare allarmi sui mercati e il rischio che le misure siano interpretate come una ricerca di consenso elettorale.
Bankitalia rassicura: nessun segnale di inflazione generalizzata
Pur tranquillizando sull’incognita legata allo shock energetico, anche Bankitalia condivide le preoccupazioni sul debito emerse in audizione. «Un elevato debito pubblico costituisce un fattore di vulnerabilità in caso di mutamenti nella tolleranza al rischio dei mercati». Per questo, sottolinea il capo dipartimento economia e statistica di Bankitalia, è importante individuare coperture di bilancio che contengano il disavanzo e accelerino la discesa del debito.
Le stime sul deficit 2026 appaiono nel complesso coerenti con i dati disponibili, ma il margine rispetto alla soglia del 3% è ridotto e richiede attenzione agli andamenti di fine anno. Le maggiori entrate attese rispetto alle previsioni di aprile sarebbero compensate da maggiori spese per interessi e spese primarie.
Sul fronte dei prezzi, infine, Via Nazionale ribadisce che l’inflazione è aumentata nei mesi più recenti, ma «il rincaro dei prodotti energetici è finora assai più contenuto» rispetto alla crisi energetica del 2021-2022 e «non emergono segnali di una significativa trasmissione alle altre componenti dei prezzi».
Upb: debito in calo solo dal 2029, 4,5 miliardi di interessi in più
L’Upb ha validato le previsioni macroeconomiche programmatiche del governo, ma segnala rischi sulla crescita e sul costo del debito. Nelle sue simulazioni, il rapporto debito/pil salirà al 138,6% nel 2027, resterà al 138,5% nel 2028 e scenderà al 137,7% nel 2029: un livello superiore di 1,1 punti rispetto a quello previsto dal Dpfp.
A pesare è soprattutto una crescita nominale più debole. Inoltre, sulla base delle aspettative di mercato aggiornate ai primi giorni di ottobre, la spesa per interessi potrebbe superare le stime del governo di circa 4,5 miliardi nel 2029. In questo scenario, il debito arriverebbe al 138,4% del pil, 1,8 punti oltre la previsione programmatica.
L’Ufficio avverte anche che, al netto della flessibilità per difesa e sicurezza energetica, nel 2027 non ci saranno margini per nuove misure. Quelli disponibili nel 2028 e nel 2029 saranno contenuti: eventuali interventi aggiuntivi dovranno essere compensati soprattutto con tagli di spesa o maggiori entrate. Senza coperture per le spese militari che proseguiranno oltre il 2028, dal 2029 potrebbero aumentare disavanzo e debito, in violazione dei limiti europei sulla spesa netta. (riproduzione riservata)
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