La carenza di chirurghi generali rischia di diventare una criticità strutturale per il Servizio sanitario nazionale, con ripercussioni sulla disponibilità delle sale operatorie, sui tempi di attesa e sulla possibilità per i pazienti di ricevere cure vicino al proprio luogo di residenza. Il problema riguarda sia il ricambio generazionale sia la capacità degli ospedali pubblici di trattenere i professionisti già in servizio.
A lanciare l’allarme è la Società italiana di chirurgia (Sic), secondo cui nei prossimi cinque anni il numero di specialisti prossimi alla pensione potrebbe superare quello dei nuovi specialisti disponibili. La stima è di circa 1.500 professionisti in meno entro il 2030, con il rischio di una maggiore difficoltà di accesso alla chirurgia generale in diverse aree del Paese.
“Un’emorragia che entro cinque anni porterà, a livello nazionale, al sorpasso dei pensionabili sui giovani specialisti», avverte Ludovico Docimo, presidente della Sic e ordinario di chirurgia generale all’Università della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli. “Ma la situazione è anche peggiore in alcune aree del Paese che rischiano di restare senza chirurghi. Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici”.
Il concorso SSM 2026 lascia posti scoperti
I risultati del concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione medica, relativo all’anno accademico 2025/2026, confermano le difficoltà di reclutamento nella chirurgia generale. A fronte di 646 contratti disponibili, ne sono stati assegnati 487.
Il dato segna un miglioramento rispetto al 37,8 per cento di posti non assegnati riportato per il 2025, ma non basta a considerare superata la crisi vocazionale. La disponibilità di nuovi specialisti rimane infatti inferiore alle esigenze di ricambio del sistema ospedaliero, mentre la distribuzione delle assegnazioni continua a presentare forti differenze territoriali.
Secondo i dati diffusi dalla Sic, in alcune sedi universitarie la copertura dei contratti è particolarmente bassa. A L’Aquila non sarebbe stato assegnato alcun contratto, mentre a Udine e Genova sarebbero rimasti vuoti quasi nove posti su dieci. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia, invece, i contratti occupati non supererebbero il venti per cento.
La scarsa attrattività emerge anche dalle preferenze espresse dai candidati: secondo la società scientifica, tra i primi mille classificati al concorso soltanto nove avrebbero scelto chirurgia generale.
Se anche i potenziali chirurghi cambiano strada
A pesare è anche il rischio di abbandono durante il percorso formativo. La Sic stima che circa il dieci per cento dei contratti assegnati possa essere abbandonato prima del completamento dei cinque anni di specializzazione. A questo si aggiunge la quota di professionisti che, una volta terminata la formazione, sceglie il settore privato o l’estero.
Il risultato è un doppio problema per gli ospedali pubblici: meno ingressi nelle scuole di specializzazione e una crescente difficoltà a trattenere chi ha già acquisito le competenze necessarie per lavorare in sala operatoria.
Troppi pensionamenti e pochi giovani pronti a subentrare
La criticità non riguarda soltanto la formazione, ma anche l’età della forza lavoro attualmente in servizio. Secondo i dati Eurostat richiamati dalla Sic, oltre la metà dei chirurghi generali che lavorano negli ospedali italiani ha più di sessant’anni. La quota indicata è del 32 per cento in Spagna e del 44 per cento in Francia e Germania.
Su queste basi, la società scientifica stima che entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio circa 2.800 dei 6.500 chirurghi assunti negli ospedali. I giovani specialisti in ingresso, considerando i contratti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 in avanti, non arriverebbero invece a 1.300.
“Una proiezione allarmante”, la definisce Docimo, richiamando anche l’evoluzione della domanda di cure. Secondo le stime della Sic, nei prossimi cinque anni l’organico potrebbe ridursi del venti per cento, mentre la richiesta di prestazioni chirurgiche potrebbe aumentare del 12 per cento, anche per effetto dell’invecchiamento della popolazione e dell’evoluzione dei bisogni assistenziali.
La società scientifica stima che, su circa 650mila interventi di chirurgia generale eseguiti ogni anno, uno su dieci potrebbe diventare a rischio in termini di accessibilità, tempi e disponibilità delle prestazioni.
Le conseguenze potrebbero essere particolarmente pesanti nelle aree con minore disponibilità di specialisti e nelle regioni del Sud, dove la distanza dai centri di riferimento può rappresentare un ulteriore ostacolo per i pazienti.
Dagli Stati Uniti un segnale sulle disuguaglianze territoriali
La difficoltà di garantire una presenza adeguata di chirurghi non riguarda soltanto l’Italia. Uno studio pubblicato sul Journal of the american college of surgeons ha analizzato la distribuzione dei professionisti negli Stati Uniti, rilevando che circa 15 milioni di persone vivono in contee prive di un chirurgo generale.
La ricerca richiama l’attenzione su un aspetto cruciale della programmazione sanitaria: il numero complessivo di specialisti non è sufficiente a descrivere la reale accessibilità delle cure. La distribuzione geografica dei professionisti, infatti, può determinare differenze significative nella possibilità di raggiungere un ospedale e ricevere un trattamento tempestivo.
L’Italia non dispone, secondo la Sic, di uno studio nazionale equivalente sulla distribuzione della forza lavoro chirurgica. Il confronto con gli Stati Uniti evidenzia pertanto un rischio che merita di essere monitorato, soprattutto nelle aree più periferiche.
L’obiettivo è evitare che la carenza di professionisti si traduca in disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure.
Il divario tecnologico spinge i giovani all’estero
Un ulteriore elemento riguarda la disponibilità di tecnologie avanzate nelle strutture pubbliche. La chirurgia contemporanea richiede infatti un aggiornamento costante delle competenze, anche attraverso l’utilizzo di sistemi robotici e strumenti innovativi che possono ampliare le possibilità di trattamento e le opportunità formative.
Di conseguenza, quando le occasioni di acquisire queste competenze sono limitate, i giovani specialisti possono essere incentivati a cercare all’estero percorsi più avanzati. Il rischio, secondo la Sic, è che il sistema pubblico perda proprio una parte delle professionalità sulle quali ha investito attraverso la formazione.
Da qui la proposta di un programma strategico che integri il rinnovo delle tecnologie con incentivi economici, condizioni lavorative sostenibili e prospettive di crescita professionale.
Responsabilità professionale, la riforma attesa dai chirurghi
Tra i temi al centro delle richieste della Sic c’è anche la riforma della responsabilità professionale sanitaria. Il disegno di legge governativo presentato nel novembre 2025, attualmente all’esame parlamentare secondo le informazioni diffuse dalla società scientifica, interviene sulla disciplina della responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie.
La Sic chiede di circoscrivere la responsabilità penale del medico, rafforzando le garanzie per chi opera nel rispetto delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali, senza escludere la rilevanza penale delle condotte gravi.
Il tema è strettamente collegato all’attrattività della professione: la prospettiva di procedimenti giudiziari (anche quando questi non si traducono in condanne) può contribuire a rendere più difficile il reclutamento in una disciplina già caratterizzata da elevati livelli di responsabilità.
Per Docimo, il cosiddetto scudo penale deve diventare parte di un sistema di tutele più chiaro e stabile. “La nostra richiesta è quella di circoscrivere e ridimensionare la responsabilità penale, rendendo strutturale il cosiddetto scudo”, conclude lo specialista, sottolineando la necessità di distinguere l’errore professionale dalla condotta gravemente colposa che non rispetta le raccomandazioni cliniche applicabili.
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