Manifestazioni, dibattiti, conferenze e iniziative pubbliche furono organizzati in decine di Paesi con l’obiettivo di trasformare campagne nazionali molto diverse tra loro in una mobilitazione internazionale comune. Alla base vi era una rete nata appena un anno prima a Roma, che riuniva organizzazioni per i diritti umani, associazioni di avvocati, sindacati e amministrazioni locali. Il 10 ottobre 2003 si svolse la prima Giornata mondiale contro la pena di morte, promossa dalla World Coalition Against the Death Penalty per chiedere la cessazione delle esecuzioni e l’abolizione universale della pena capitale. Più di 180 iniziative diedero forma a quella prima edizione e fissarono una ricorrenza destinata a ripetersi ogni 10 ottobre.
Da Strasburgo alla nascita di una coalizione mondiale
La prima Giornata mondiale contro la pena di morte fu il risultato di un percorso iniziato alcuni anni prima. Alla fine del Novecento il movimento abolizionista internazionale comprendeva organizzazioni con esperienze e strategie differenti, impegnate contro le esecuzioni e per la modifica delle legislazioni nazionali. Mancava però una struttura capace di coordinare stabilmente queste realtà su scala internazionale.
Un passaggio importante arrivò nel giugno 2001 con il primo Congresso mondiale contro la pena di morte, organizzato a Strasburgo dall’associazione francese Ensemble contre la peine de mort, oggi ECPM. I partecipanti approvarono il 22 giugno la Dichiarazione di Strasburgo e assunsero l’impegno di creare un coordinamento internazionale delle associazioni e degli attivisti abolizionisti. Tra gli obiettivi indicati figurava già l’istituzione di una giornata mondiale dedicata all’abolizione universale della pena capitale.
Dopo una serie di incontri preparatori a Parigi e Bruxelles, il progetto prese forma in Italia. Il 13 maggio 2002, a Roma, venne costituita ufficialmente la World Coalition Against the Death Penalty, con l’obiettivo di rafforzare la dimensione internazionale del movimento abolizionista, coordinare le campagne e sostenere le organizzazioni impegnate nei Paesi in cui le condanne a morte continuavano a essere pronunciate ed eseguite.
La scelta di Roma legava così direttamente l’Italia alla nascita dell’organizzazione che avrebbe promosso, l’anno seguente, la prima mobilitazione mondiale del 10 ottobre.
Il mondo della pena capitale nel 2003
Quando venne organizzata la prima giornata mondiale, il processo di abolizione aveva già modificato profondamente la geografia della pena capitale rispetto ai decenni precedenti, ma le esecuzioni continuavano in numerosi Stati.
Alla vigilia dell’iniziativa, Amnesty International indicava 76 Paesi che avevano abolito la pena di morte per tutti i reati, ai quali se ne aggiungevano 16 che l’avevano eliminata salvo che per circostanze eccezionali e altri 20 considerati abolizionisti nella pratica perché non effettuavano più esecuzioni.
Il dato mostrava contemporaneamente due aspetti della situazione. L’abolizione aveva conquistato una parte crescente della comunità internazionale, mentre una parte consistente degli Stati continuava a mantenere la pena capitale nella propria legislazione o a utilizzarla concretamente.
Le modalità di esecuzione comprendevano l’iniezione letale, l’impiccagione, la fucilazione e, in alcuni ordinamenti, la lapidazione. Le campagne abolizioniste concentravano inoltre l’attenzione sulle garanzie processuali, sulla possibilità di condannare persone innocenti, sulle discriminazioni nell’applicazione della pena e sulle condizioni dei detenuti nei bracci della morte.
Fu in questa situazione che la World Coalition decise di trasformare il 10 ottobre in una giornata internazionale di mobilitazione.
Il ricorso alle esecuzioni sarebbe rimasto concentrato soprattutto in un numero relativamente ristretto di Stati, mentre il movimento abolizionista avrebbe continuato ad allargarsi.
Il 10 ottobre 2003
La prima Giornata mondiale contro la pena di morte venne organizzata il 10 ottobre 2003. Non si trattò di una singola manifestazione centralizzata, bensì di una rete di iniziative locali coordinate attorno allo stesso obiettivo.
Secondo la ricostruzione della World Coalition, furono realizzate più di 180 iniziative. Un successivo bilancio della stessa organizzazione indicò 188 azioni distribuite in 63 Paesi. Amnesty International descrisse eventi organizzati in più di sessanta Stati, un dato coerente con la dimensione internazionale raggiunta dalla mobilitazione già nella sua prima edizione.
Le attività comprendevano manifestazioni, dibattiti, seminari, conferenze e iniziative culturali. Una parte della campagna si svolse inoltre attraverso Internet, che nei primi anni Duemila stava diventando uno strumento sempre più importante per coordinare mobilitazioni internazionali.
Venne promossa una petizione rivolta alle autorità dei Paesi che mantenevano la pena capitale. La richiesta centrale era la cessazione immediata delle esecuzioni e l’avvio di un percorso verso l’abolizione per tutti i reati.
La giornata ricevette il sostegno ufficiale di Belgio, Canada, Francia, Italia e Messico, oltre che dell’Unione europea e della Commissione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.
Amnesty International e la mobilitazione internazionale
Tra le organizzazioni che parteciparono alla prima giornata vi fu Amnesty International, già impegnata da decenni nelle campagne contro le esecuzioni.
Alla vigilia del 10 ottobre l’organizzazione diffuse un appello alla mobilitazione internazionale e invitò i propri membri e sostenitori a partecipare alle iniziative organizzate in diversi Paesi. L’allora segretaria generale Irene Khan collegò l’opposizione alla pena capitale alla tutela della dignità umana, alle discriminazioni nella sua applicazione e all’assenza di prove che dimostrassero una maggiore efficacia deterrente rispetto ad altre pene.
L’intervento permetteva di individuare alcuni degli argomenti che avevano progressivamente assunto un ruolo centrale nel movimento abolizionista. Alla contestazione etica della facoltà dello Stato di togliere la vita si affiancavano questioni giuridiche e concrete: errori giudiziari irreversibili, processi privi di adeguate garanzie, discriminazioni economiche e sociali, trattamento dei detenuti e applicazione della pena a categorie particolarmente vulnerabili.
La Giornata mondiale consentiva di riunire queste questioni all’interno di una campagna condivisa, pur lasciando alle organizzazioni nazionali la possibilità di concentrarsi sui problemi specifici dei rispettivi sistemi giudiziari.
L’abolizione come questione internazionale
La creazione della giornata arrivò dopo decenni nei quali la pena di morte era progressivamente entrata nel sistema internazionale di tutela dei diritti umani.
La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 aveva affermato il diritto alla vita e il divieto di pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, senza stabilire direttamente un divieto universale della pena capitale. Il successivo Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 regolò il ricorso alla pena di morte negli Stati che non l’avevano abolita, imponendo limitazioni e garanzie.
Un ulteriore passaggio arrivò nel 1989 con il Secondo Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, specificamente finalizzato all’abolizione della pena di morte. Il trattato entrò in vigore nel 1991 e fornì agli Stati uno strumento internazionale attraverso il quale assumere formalmente l’impegno abolizionista.
Parallelamente si svilupparono strumenti regionali. In Europa, il Protocollo n. 6 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, aperto alla firma nel 1983, prevedeva l’abolizione della pena capitale in tempo di pace. Il Protocollo n. 13, aperto alla firma nel 2002, estese il principio a tutte le circostanze.
La Giornata mondiale del 2003 nacque quindi all’interno di un processo già avanzato, con l’obiettivo di rafforzare la pressione internazionale nei confronti degli Stati che continuavano a utilizzare la pena capitale.
Una pena irreversibile e il problema degli errori giudiziari
Uno degli argomenti più importanti delle campagne abolizioniste riguarda l’irreversibilità della pena. Qualsiasi sistema giudiziario può produrre errori, mentre un’esecuzione rende impossibile porvi rimedio dopo l’accertamento di una condanna ingiusta.
La questione aveva assunto particolare visibilità negli Stati Uniti, dove le tecniche di analisi del DNA e la revisione di vecchi procedimenti avevano contribuito alla liberazione di persone precedentemente condannate, comprese alcune che si trovavano nei bracci della morte.
Il movimento abolizionista internazionale utilizzò questi casi per contestare la possibilità di costruire un sistema di pena capitale immune dall’errore. Al problema dell’innocenza si aggiungevano le differenze nella qualità della difesa legale, il peso delle condizioni economiche dell’imputato e le discriminazioni che diverse ricerche avevano individuato nell’applicazione della pena.
La prima Giornata mondiale permise di portare questi argomenti fuori dalle singole controversie nazionali, presentandoli come questioni riguardanti il funzionamento stesso della pena capitale.
Il ruolo dell’Italia nel movimento abolizionista
Per l’Italia il tema possedeva una storia particolare. La pena di morte era stata abolita dal codice penale ordinario nel secondo dopoguerra, mentre alcune disposizioni erano sopravvissute più a lungo nell’ordinamento militare di guerra. La Costituzione repubblicana aveva fortemente limitato la possibilità di ricorrervi e successive modifiche legislative e costituzionali ne completarono l’eliminazione dall’ordinamento.
L’Italia ebbe inoltre un ruolo nelle campagne internazionali per una moratoria universale delle esecuzioni, sostenute anche dalla Comunità di Sant’Egidio e da altre organizzazioni abolizioniste. Proprio Sant’Egidio aveva lanciato nel 2002 l’iniziativa internazionale Cities for Life – Cities Against the Death Penalty, ricordata dalla World Coalition tra le campagne che contribuirono a dare una dimensione globale alla mobilitazione.
Roma aveva ospitato pochi mesi prima anche la costituzione della World Coalition. La partecipazione italiana alla prima giornata del 2003 si inseriva quindi in una rete di iniziative politiche e civili che avrebbe continuato a operare anche negli anni successivi.
Dal 10 ottobre alla Giornata europea
La mobilitazione del 2003 non rimase un esperimento isolato. La World Coalition stabilì che la ricorrenza si sarebbe svolta ogni anno il 10 ottobre, coordinando campagne internazionali e iniziative organizzate dai propri membri.
Già le edizioni successive registrarono una crescita delle attività. Secondo i dati della Coalizione, nel 2005 furono organizzate più di 260 iniziative e, a partire da quell’edizione, la giornata iniziò a concentrarsi ogni anno su questioni specifiche legate alla pena capitale.
Nel 2007 arrivò un ulteriore riconoscimento istituzionale. Il Consiglio d’Europa e l’Unione europea associarono al 10 ottobre la Giornata europea contro la pena di morte, facendo coincidere la mobilitazione europea con quella mondiale.
Quattro anni dopo la prima iniziativa, quindi, una ricorrenza nata dall’attività coordinata delle organizzazioni abolizioniste aveva acquisito anche una dimensione istituzionale europea.
Una mobilitazione nata dalla società civile
La storia della Giornata mondiale contro la pena di morte presenta una caratteristica precisa. La ricorrenza non nacque attraverso una decisione iniziale delle Nazioni Unite o di un governo, bensì dal coordinamento internazionale di organizzazioni della società civile.
Il percorso partì dalla Dichiarazione di Strasburgo del 2001, passò attraverso la costituzione della World Coalition a Roma nel 2002 e arrivò alla prima mobilitazione del 10 ottobre 2003. In poco più di due anni, associazioni impegnate in Paesi differenti costruirono una rete capace di organizzare contemporaneamente centinaia di iniziative.
La scelta di una data comune consentiva di concentrare l’attenzione sulla pena capitale indipendentemente dalle differenze tra gli ordinamenti che continuavano a prevederla. Le campagne potevano riguardare esecuzioni imminenti, errori giudiziari, condizioni nei bracci della morte, discriminazioni, metodi di esecuzione o richieste di moratoria, mantenendo l’abolizione universale come obiettivo condiviso.
È questa l’origine della ricorrenza del 10 ottobre. Nel 2003 più di sessanta Paesi ospitarono iniziative della prima edizione e la mobilitazione coinvolse organizzazioni per i diritti umani, associazioni professionali, amministrazioni e cittadini.
Da quella prima esperienza nacque una giornata internazionale stabile dedicata a una questione che attraversa diritto penale, diritti umani e potere dello Stato: la possibilità che una sentenza giudiziaria disponga la morte di una persona.
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