Il rilancio condizionato di Intesa Sanpaolo nell’opas su Mps e il sostegno incassato dai principali azionisti della banca senese sembrano avvicinare la conclusione della più importante partita del risiko finanziario italiano.
L’offerta di Ca’ de Sass, valutata 31,4 miliardi, prevede ora 1,25 euro in contanti e 1,6 azioni di Ca’ de Sass per ogni titolo Mps. Il ritocco della componente cash è stato accompagnato dall’impegno di Delfin a conferire l’intera partecipazione del 17,6% e dall’adesione di Edizione, la holding dei Benetton, titolare dell’1,45%. Anche Francesco Gaetano Caltagirone, attraverso la holding Fgc, ha annunciato che voterà contro il piano difensivo del ceo Luigi Lovaglio, pur senza formalizzare un analogo impegno di adesione all’opas. Alla stessa conclusione sono arrivati il fondo Praude, che possiede lo 0,72%, ed Enasarco (1%). I numeri suggeriscono insomma che l’esito della partita sia già scritto.
Con questa operazione potrebbe concludersi la stagione di consolidamento che negli ultimi due anni ha ridisegnato la geografia del credito italiano. Lo ha detto con chiarezza Gianni Franco Papa, amministratore delegato di Bper, anche se qualche partita rimane aperta. Crédit Agricole, titolare del 29,3% di Banco Bpm, potrebbe puntare a un’integrazione con le proprie attività italiane, mentre procede la privatizzazione di BdM Banca, l’ex Popolare di Bari, contesa tra Credem e il tandem Iccrea–Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Più che una nuova ondata di concentrazioni, tuttavia, potrebbe trattarsi degli ultimi assestamenti seguiti al terremoto del 2025-2026.
Il rally è finito? Forse no
Per gli investitori si pone quindi una domanda: le banche italiane hanno già espresso tutto il loro potenziale in borsa oppure possono ancora offrire rendimenti interessanti? Venuta meno, almeno in parte, la prospettiva di nuovi premi da acquisizione, torneranno a pesare soprattutto la capacità di generare utili, la remunerazione del capitale e la sostenibilità delle valutazioni.
Il punto di partenza è un mercato che ha già incorporato una quota importante delle aspettative più favorevoli. Da inizio 2026 Mediobanca ha guadagnato quasi il 40% in termini di prezzo e circa il 43% considerando le distribuzioni agli azionisti. Mps è salita di quasi il 19%, con un rendimento complessivo superiore al 28%, mentre Unipol ha registrato un progresso del 23,6% e Bper del 13,9%. Più contenute le performance di Unicredit, in rialzo del 6,3%, e soprattutto di Intesa, che all’8 ottobre presentava un incremento del 2,4%.
A sostenere le quotazioni sono stati anche fondamentali decisamente robusti. Durante il ciclo restrittivo della Bce, il rendimento dei prestiti è aumentato molto più rapidamente della remunerazione riconosciuta ai depositanti, producendo un’espansione dei margini. La successiva discesa dei tassi ha progressivamente riassorbito parte del beneficio. Ora il quadro è nuovamente cambiato: la risalita dei rendimenti di mercato sostiene gli attivi indicizzati all’Euribor, ma tende anche a trasferirsi sul costo della raccolta.
In ogni caso il settore ha compiuto progressi significativi proprio nella diversificazione dei ricavi. Risparmio gestito, assicurazioni e consulenza pesano maggiormente nei conti economici rispetto al passato, riducendo la dipendenza dal margine d’interesse. È su questa combinazione di fattori che Jefferies costruisce le proprie previsioni per Intesa Sanpaolo, attesa alla prova dei risultati del terzo trimestre il 30 ottobre.
La sfida tra Intesa e Unicredit
Per la banca d’affari la solidità operativa dovrebbe consentire al gruppo guidato da Carlo Messina di confermare le guidance 2026, già alzate a un utile netto superiore a 10 miliardi di euro, sostenendo valutazioni superiori a quelle di molti concorrenti: il titolo tratta a circa 2,4 volte il patrimonio netto tangibile stimato per il 2026. Ai 6,06 euro della chiusura dell’8 ottobre, la banca vale circa 11,4 volte l’utile per azione atteso per il 2026. Il dividend yield stimato è del 5,2%, con un payout intorno al 70%. Il target medio di 7,4 euro espresso dai diciassette analisti che seguono il titolo indica un potenziale di rivalutazione del 22%, con tredici raccomandazioni buy, due hold e due sell.
Fra gli altri grandi istituti, Unicredit presenta un profilo di valutazione differente. Ai 75,33 euro dell’8 ottobre il titolo tratta a circa 10,8 volte gli utili attesi per l’anno, con un rendimento da dividendi del 4,2% e un payout del 44,4%. La quota di profitti trattenuta è quindi superiore a quella di Intesa, lasciando maggiore spazio per finanziare la crescita o effettuare distribuzioni straordinarie. Il target price medio di 97,8 euro corrisponde a un potenziale rialzo di quasi il 30%, il più elevato fra i principali titoli finanziari italiani considerati. Sedici analisti su ventitré raccomandano l’acquisto, sei il mantenimento e uno la vendita.
Un profilo interessante emerge anche per Bper, che beneficia della progressiva integrazione della Popolare di Sondrio e potrebbe assumere un ruolo ancora più importante nell’assetto bancario italiano. Jefferies prevede per il terzo trimestre, i cui risultati saranno diffusi il 5 novembre, un aumento del margine d’interesse, il mantenimento della disciplina sui costi e un costo del rischio inferiore alla guidance, con un ritorno sul patrimonio tangibile intorno al 16%. Il titolo, a 13,21 euro, scambia a circa 11,9 volte l’utile per azione stimato per il 2026. Il rendimento da dividendi è del 4,2%, mentre il payout raggiunge il 70%. Nove analisti su dodici consigliano l’acquisto e nessuno la vendita; il target medio di 15,42 euro implica un potenziale rialzo del 16,7%. Il mercato dovrà però verificare la realizzazione delle sinergie, la tenuta dei costi operativi e l’evoluzione dei coefficienti patrimoniali dopo le operazioni straordinarie.
Buone notizie anche per Unipol, primo azionista di Bper e protagonista dell’operazione sugli sportelli Mps. La compagnia presieduta da Carlo Cimbri presenta un rapporto prezzo/utili di circa 12,3 volte e un dividend yield del 4,4%, con un payout del 54%. Tutti e cinque gli analisti che seguono il titolo esprimono giudizio Buy e prezzo obiettivo medio di 29,83 euro, che offre un potenziale rialzo del 17,3%. La valutazione incorpora però aspettative importanti sulla capacità di valorizzare l’integrazione tra attività bancarie e assicurative. L’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a finanziare l’acquisizione impone inoltre di considerare la diluizione e il rendimento effettivo dell’investimento, oltre alle sinergie annunciate. Più complessa la lettura dei multipli delle banche direttamente coinvolte nelle offerte.
Le stime su Mps e Banco Bpm
Mps, a 10,86 euro, vale appena sette volte gli utili attesi per il 2026 e offre un rendimento da dividendi prossimo all’8%. Apparentemente è uno dei titoli meno costosi del settore, ma il payout stimato vicino al 96% limita la capacità di alimentare le distribuzioni senza compromettere l’accumulazione di capitale. Inoltre, l’eventuale successo dell’opas comporterebbe lo scambio delle azioni con titoli Intesa e la modifica radicale del perimetro industriale. Le valutazioni autonome del Monte risultano quindi meno significative rispetto al controvalore dell’offerta e al rischio che questa non si perfezioni. Non sorprende che il target medio di 11,63 euro lasci un upside di appena il 7%, con tre buy, tre hold e un sell.
Banco Bpm tratta invece a circa 10,6 volte gli utili e presenta un dividend yield del 7,1%, sostenuto da un payout superiore al 72%. Il prezzo obiettivo medio di 15,96 euro implica un potenziale rialzo del 9,3%, ma il consenso degli analisti è nettamente più diviso: quattro buy, sei hold e quattro sell. La presenza di Agricole nell’azionariato e le prospettive di un’eventuale integrazione rappresentano ancora una componente di valore potenziale, difficile tuttavia da quantificare in assenza di un’offerta concreta. Anche per Mediobanca i multipli riflettono una situazione eccezionale: il titolo tratta a circa quindici volte gli utili 2026, con un dividend yield del 4,9% e un upside del 7,3%. La redditività prospettica dipenderà dall’assetto definitivo del gruppo e dalla valorizzazione delle attività specialistiche di investment banking e wealth management.
Generali, che presenta un multiplo analogo e un rendimento da dividendi del 4%, risente invece di determinanti proprie del settore assicurativo, per cui il confronto diretto dei rapporti prezzo/utili con le banche richiede cautela. (riproduzione riservata)
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