#Finsubito news dalla rete – il caso Bennett e la pena capitale nell’Esercito Usa – il Giornale


Sono trascorsi 65 anni dall’ultima volta in cui l’Esercito degli Stati Uniti è stato chiamato ad applicare la pena capitale. Era il 13 aprile del 1961, alla Casa Bianca sedeva da meno di tre mesi il giovane e democratico John Fitzgerald Kennedy, ma nonostante questo la condanna a morte pronunciata dalla corte marziale non venne commutata in pena detentiva, e il soldato semplice John A. Bennett, un afroamericano giudicato colpevole dello stupro e del tentato omicidio di una bambina austriaca di 11 anni, venne giustiziato per impiccagione nel carcere di Fort Leavenworth, in Kansas.

I fatti risalivano al 1955. Secondo i giornali del tempo, che in seguito si concentrarono sulla questione razziale legata alla concessione della grazia a militari bianchi e alla condanna a morte di militari neri, la corte marziale fu inflessibile nel giudicare Bennett, figlio di mezzadri della Virginia arruolatosi nell’Us Army e assegnato a un battaglione contraereo di stanza a Camp Roeder, vicino a Salisburgo, come addetto alla movimentazione di munizioni e conducente di camion da trasporto.

Il processo durò solo cinque giorni. La vittima, che secondo quanto riportato dal Times si chiamava Gertrude, era entrata in contatto con l’aggressore mentre attraversava un prato nella cittadina di Seizenham. Alcuni residenti riferirono che un uomo somigliante a Bennett era entrato barcollando nelle loro case, chiedendo di una prostituta.

Bennett sostenne che il rapporto sessuale con la ragazza fu consensuale. Il soldato fu invece accusato di stupro e l’accusa aggiunse l’imputazione di “tentato omicidio” per aver abbandonato la ragazza in un prato. Secondo altre fonti, invece, avrebbe tentato di strangolarla, abbandonando il corpo. La giovane austriaca riconobbe comunque nell’uomo il suo aggressore. L’ammissione di Bennett, che aveva sempre considerato il rapporto consenziente e non testimoniò durante il processo, resta di una crudezza non riportabile in questa sede.

La condanna a morte decretata dalla corte marziale venne confermata il 2 luglio 1957 dal presidente Dwight D. Eisenhower, che pure aveva commutato in pena detentiva la condanna a morte di sei soldati bianchi colpevoli di crimini di eguale o maggiore entità.

La famiglia di Gertrude scrisse al presidente Kennedy chiedendo la grazia per Bennett, sostenendo che l’esecuzione non avrebbe cancellato il trauma della figlia, all’epoca diciassettenne. Anche Bennett si rivolse al presidente per ottenere la grazia, ma è opinione diffusa che Kennedy, “assorbito dalla pianificazione dell’imminente invasione della Baia dei Porci a Cuba”, non intraprese alcuna azione in merito alle richieste di clemenza, lasciando che l’esecuzione autorizzata da Eisenhower avesse luogo.

Nei sei anni trascorsi tra il processo e l’esecuzione del soldato Bennett, altri otto militari afroamericani furono giustiziati, mentre sei detenuti bianchi condannati a morte evitarono l’esecuzione. Alcuni di questi ultimi erano stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio di minori o di omicidi multipli. Il presidente Dwight D. Eisenhower commutò quattro delle loro condanne, mentre altri due ottennero un provvedimento di clemenza da parte delle autorità giudiziarie. Dimostrando un’evidente disparità razziale nelle condanne capitali pronunciate dai tribunali militari dell’epoca.

Secondo Eugene R. Fidell, docente di diritto militare presso la Yale Law School, una delle principali questioni sollevate dall’applicazione della pena capitale nelle Forze armate statunitensi riguardava proprio la sua incidenza sproporzionata sui militari afroamericani.

I dati storici confermano le dimensioni del fenomeno. Durante la Seconda guerra mondiale, quando i militari neri rappresentavano meno del 10% degli effettivi dell’Esercito americano, 55 dei 70 soldati statunitensi giustiziati in Europa erano afroamericani. Le cifre, riportate dall’esperto di diritto militare Dwight Sullivan per il Death Penalty Information Center, mostrano una disparità che continuò anche negli anni successivi. Un successivo studio pubblicato nel 2012, dedicato all’analisi delle condanne a morte pronunciate dalla giustizia militare tra il 1984 e il 2005, rilevò che gli appartenenti alle minoranze etniche avevano una probabilità doppia rispetto ai militari bianchi di ricevere una condanna capitale. Sempre secondo Fidell, quando il caso giunse all’attenzione del presidente Kennedy, la nuova amministrazione esaminò la situazione delle condanne capitali militari, anche alla luce delle possibili reazioni dell’opinione pubblica, decidendo di non intervenire per impedire l’esecuzione autorizzata dal suo predecessore.

Da allora, nessun altro militare statunitense è stato giustiziato. Se la condanna a morte di Nidal Hasan, l’ex maggiore e psichiatra dell’Esercito degli Stati Uniti di religione musulmana che si è reso responsabile della strage di Fort Hood, avvenuta nel 2009 e costata la vita a 13 soldati, provocando il ferimento di altri 32, verrà eseguita il prossimo 3 dicembre mediante fucilazione, gli Stati Uniti riporteranno le lancette indietro di oltre mezzo secolo. Pur ricorrendo alla moderna tecnologia della diretta streaming per impartire una lezione “esemplare” nel nome dello Stato di diritto.

Le vittime di Hasan, prossime a partire per l’Afghanistan, erano finite nel mirino laser della pistola con la quale aprì il fuoco al grido di “Allah Akbar!”. La fucilazione, esecuzione capitale tradizionalmente riservata a traditori e disertori – l’ultima esecuzione mediante fucilazione condotta dagli USA risale al 31 gennaio 1945, quando il semplice Eddie Slovik fu giustiziato in Francia per diserzione – segnerebbe il ritorno a una pratica del passato. Per l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite la diffusione delle immagini “costiuirebbe tortura”. Per il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il condannato deve affrontare un plotone d’esecuzione affinché l’America capisca che “ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose”.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม