«Zheng, ti faccio ammazzare»: la banca delle delle mafie tra criptovalute e minacce e il ruolo di Pelaggi, professionista del riciclaggio
CROTONE – «Zheng, io sto aspettando te che mi dai qualche buona notizia. Se io non ti do soldi tu non mi consegni più? Non un giorno di meno. Una giornata sai che succede a te… Zheng, ti faccio ammazzare». È il 20 febbraio 2025 quando Paolo Pelaggi, ritenuto la mente contabile di una banca clandestina della ‘ndrangheta e già condannato nel processo Aemilia, sbotta al telefono con il cinese. Un’esternazione cruda che spalanca la vera natura dell’«hub» finanziario scoperto dalla Guardia di Finanza di Milano e Monza e coordinato dalla Dda del capoluogo lombardo. Un’organizzazione apparentemente moderna, capace di maneggiare il fintech e le criptovalute, ma saldamente ancorata alle logiche di intimidazione e alla ferocia della criminalità organizzata. Pur muovendosi nel cyberspazio tra wallet e banche digitali, infatti, Pelaggi, stando alle accuse, continuava a risolvere le proprie controversie contabili con la vecchia regola della mafia: la minaccia di morte.
Da Aemilia alla banca della ‘ndrangheta nel cuore di Milano
Per gli inquirenti della Procura meneghina, Pelaggi è il «responsabile delle operazioni» della banca incardinata nei locali della GE.MA. Multiservizi s.r.l. di Pero, in Piazza Roma 6. L’elevata competenza in materia contabile e finanziaria deriverebbe dalla sua storica collaborazione con le cosche della sua area d’origine, essendo già stato coinvolto nella celebre indagine Aemilia della Dda di Bologna per reati penal-tributari, fallimentari e reimpiego di beni illeciti, con l’aggravante di aver agevolato le cosche Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e Grande Aracri di Cutro.
Il triumvirato degli affari
Un triumvirato d’affari e di potere criminale che condivide con altre due figure di peso, secondo l’accusa. Si tratta di Giuseppe Piscioneri, radicato in Lombardia e legato al “locale” di ‘ndrangheta di Pioltello, e Luigi Mercadante, affiliato al clan camorristico dei Casalesi. Insieme costituiscono il vertice dell’associazione per delinquere secondo l’accusa orientata a erogare un pacchetto completo di servizi finanziari illeciti sia alla clientela “ordinaria” di imprenditori evasori, sia alle consorterie mafiose. Ma sono in tutto otto i calabresi coinvolti nell’inchiesta che ha portato a 30 arresti. In carcere sono finiti Paolo Pelaggi, 51 anni, di Crotone; Giuseppe Piscioneri (51), di Locri; Salvatore Morabito (58), di Africo; Alessandro Mancuso (35), di Catanzaro; Saverio Zoccoli (42), di Bianco; Giovanni Fiore (48), di Crotone. Ai domiciliari, sono l’avvocato Rocco Romellano (59), originario di Gioiosa Jonica, e Marcello Aremare (59), di Rosarno.
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La genesi dell’inchiesta: dal sistema cino-italiano alla base di Pero
L’indagine affonda le radici nel procedimento che aveva svelato l’esistenza di un circuito bancario parallelo operante a Milano gestito tra italiani e cinesi. In quel contesto emergeva la figura di Zheng Mingyang, uomo cerniera tra la comunità cinese ed esponenti della ‘ndrangheta per la fornitura di servizi di evasione e riciclaggio.
Già condannato a due anni nel giugno 2024 per un sequestro di documenti falsi fittiziamente intestati a un altro cittadino cinese, Zheng si trovava ad affrontare il collasso della rete originaria. Di fronte alle richieste di fallimento presentate dalla Procura contro le due società, l’organizzazione ha prontamente svuotato le strutture a rischio e trasferito l’intero “pacchetto clienti” in una nuova base operativa: la GE.MA. Multiservizi di Pero.
I pedinamenti avviati nel settembre 2024 e le successive intercettazioni ambientali e telefoniche avrebbero dimostrato la convergenza di Zheng e della consorte Yang Liaowei nell’orbita della struttura di Pero. Da qui la collaborazione stabile con la triade Pelaggi-Piscioneri-Mercadante.
La lezione di Pelaggi all’uomo del clan Arena
Il quadro tecnico e concettuale del funzionamento dell’hub emerge in tutta la sua nitidezza nella conversazione intercettata il 26 novembre 2025 negli uffici di Pero. A colloquio con Pelaggi c’è Tommaso Gentile, considerato esponente di rilievo del clan Arena di Isola. È a lui che Pelaggi illustra dettagliatamente la meccanica di quella che gli inquirenti definiscono una vera e propria “camera di compensazione” tra moneta legale e asset digitali.
Il meccanismo è di una semplicità disarmante e poggia sull’incastro perfetto tra due esigenze contrapposte. Da una parte, l’imprenditore “pulito” che intende monetizzare la frode fiscale ed eliminare il carico tributario emettendo o ricevendo fatture per operazioni inesistenti. Dall’altra, il narcotrafficante che vuole ripulire o trasferire enormi quantitativi di denaro contante generati dalla vendita della droga.
Attraverso una batteria di almeno 18 società cartiere, costituite per schermare gli amministratori ed evitare blocchi cautelativi immediati sui beni personali, la GE.MA. incassa i bonifici degli evasori fiscali. Contemporaneamente, riceve la provvista di denaro contante dai narcotrafficanti – come nel caso del reggino Saverio Zoccoli – usandola per effettuare la retrocessione agli imprenditori. In cambio, l’organizzazione preleva le sue commissioni percentuali e, con il rimanente denaro, provvede al pagamento dei fornitori di droga o alla conversione del valore in criptovalute (principalmente Tether/USDT) attraverso esperti del settore come Walter Iasiello (operante in Svizzera) e Giuseppe Tuosto.
L’Hit and Run bancario e le falle del sistema Fintech
Per far transitare flussi finanziari di tale portata, con picchi dichiarati negli audio intercettati fino a 500.000 euro al giorno e un volume teorico evocato di oltre 600 milioni di fatture, Pelaggi spiega all’alleato le vulnerabilità del sistema bancario digitale.
Il presunto professionista del riciclaggio evidenzia la drastica differenza tra gli istituti tradizionali e le neobanche estere, citando esplicitamente la piattaforma francese Qonto. «Se tu provi a fare un’operazione che fai con Qonto sopra una banca normale viene la squadretta e ti bastona», commenta Pelaggi. Il gruppo ha infatti strutturato una tecnica precisa per sfruttare la durata di vita dei conti correnti digitali prima che i sistemi Anti-Money Laundering attivino i blocchi e le segnalazioni di operazioni sospette.
La camera di compensazione
Consapevole che un conto ha un ciclo di vita utile di circa 60 giorni prima della chiusura forzata, il sodalizio mette in atto una tattica di “hit and run” finanziario. Si inonda il conto corrente della cartiera con bonifici per cinque milioni di euro e lo si svuota rapidamente. Se la banca sospende una transazione, la rete interviene con la modifica di importi e causali fittizie, come “noleggio auto” e con la presentazione di giustificativi preconfezionati tratti da un archivio documentale falso. La perdita del conto corrente, trascorsi i due mesi di preavviso di recesso contrattuale, viene archiviata semplicemente come un costo d’esercizio ampiamente calcolato.
La contabilità a nero: tra “schede” e “lavagna”
L’intera architettura contabile veniva supervisionata personalmente da Pelaggi, forte delle sue esperienze pregresse, essendo già condannato con sentenza irrevocabile nell’ambito della storica inchiesta Aemilia della Dda di Bologna per reati fiscali e fallimentari aggravati dall’agevolazione mafiosa.
Nel computer sequestratogli il 24 giugno 2026, gli investigatori hanno rinvenuto i file e gli accessi relativi a una galassia di società cartiere utilizzate per veicolare i capitali (tra cui PG Service, Global Trade, NDR, Solution, oltre alla britannica ME Advice Ltd e alla Nastasi Group S.r.l.). La gestione quotidiana poggiava su due registri extracontabili rinvenuti nelle immagini delle telecamere di videosorveglianza mentre Pelaggi contava le banconote con la macchina contasoldi.
Da una parte c’erano le “schede”, prospetti dedicati ai singoli interlocutori della “banca”, nei quali venivano registrati i bonifici ricevuti dai clienti, le consegne di denaro contante in restituzione e i costi delle trasferte per il trasporto dei fondi. Dall’altra, la “lavagna”, il registro dei bonifici esteri emessi dalle società cartiere per raccogliere le provviste quotidiane e curarne la successiva conversione in criptovalute al netto delle provvigioni spettanti a Iasiello e ai vertici del sodalizio.
Le soffiate in caserma: il finanziere corrotto per «aggiustare» le carte
L’efficienza del sistema di Pero poggiava anche sulla capacità di penetrare gli apparati di controllo e procurarsi coperture istituzionali. Balza all’attenzione la figura di Achille Vesce, maresciallo aiutante in servizio presso il 1° Nucleo Operativo Metropolitano Milano della Guardia di Finanza, finito agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Zheng chiede al sottufficiale di monitorare l’eventuale presenza di indagini («Mi tieni a me come sotto controllo… se c’è qualcosa… mi devi dirlo a me») e di verificare pendenze con il fisco. Vesce non solo rassicura il suo interlocutore sulla disponibilità a spiare i sistemi informatici, ma si offre di intervenire direttamente per sanare alcune cartelle esattoriali da 40-50 mila euro riconducibili al suocero del cinese. «Si può aggiustare prima che arriva all’Agenzia», propone il maresciallo, fissando seduta stante la mazzetta per il disturbo: «Almeno 3.000 euro».
Una richiesta a cui Zheng acconsentirebbe senza esitazione: «Non c’è problema». La rete criminale era capace di comprare la fedeltà degli stessi organi deputati a combatterla.
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