TARANTO – Alla vigilia della manifestazione del 17 ottobre per la chiusura dell’ex Ilva, Taranto Popolare interviene nel dibattito sul futuro della città, esprimendo sostegno alle ragioni della mobilitazione e chiedendo che la cessazione delle attività inquinanti sia accompagnata da un piano concreto di tutela occupazionale e riconversione economica.
“La manifestazione di domani rappresenta un momento significativo per una comunità che, da oltre trent’anni, vive una profonda frattura tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Una contrapposizione che ha attraversato famiglie, quartieri e generazioni, alimentando divisioni sociali e contrapponendo esigenze entrambe legittime e costituzionalmente tutelate” scrive il presidente Michele Mazzariello.
“Una divisione che, anziché essere superata attraverso scelte politiche e industriali responsabili, è stata troppo spesso strumentalizzata, mentre Taranto – spiega – continuava a confrontarsi con le conseguenze dell’inquinamento, dell’impoverimento economico e dell’incertezza occupazionale”.
Taranto Popolare sostiene la necessità di porre fine alle attività industriali incompatibili con la tutela della salute e dell’ambiente. Ma la trasformazione dello stabilimento non può tradursi nell’abbandono dei lavoratori e delle loro famiglie, precisa Mazzariello.
È su questo punto – afferma – che si misura la responsabilità della politica: costruire alternative reali, anziché continuare ad amministrare una crisi senza prospettive.
In questi decenni, inoltre, la vicenda siderurgica è stata accompagnata da una lunga successione di procedimenti penali, civili e amministrativi, che hanno riguardato responsabilità ambientali, autorizzazioni industriali, tutela della salute e richieste risarcitorie.
La magistratura ha svolto e continua a svolgere il proprio ruolo nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità. Tuttavia, l’incapacità della politica di assumere decisioni strutturali ha contribuito a trasferire nelle aule giudiziarie questioni che richiedevano anche risposte industriali, economiche e amministrative.
La giustizia non può sostituirsi alla politica. Ai giudici compete applicare la legge e tutelare i diritti, non elaborare piani industriali, individuare investitori o programmare la ricollocazione dei lavoratori.
Il susseguirsi dei procedimenti non ha determinato, di per sé, il risanamento complessivo del territorio né la soluzione della crisi occupazionale. Per molti cittadini permane una profonda percezione di giustizia incompiuta, mentre la collettività continua a sostenere costi umani, sociali ed economici elevatissimi.
“Da qui nasce un interrogativo che non può più essere eluso: l’ex Ilva può ancora essere considerata un’azienda strategica e di interesse nazionale?”.
L’acciaio conserva un ruolo importante per il sistema industriale italiano, ma questo non significa che l’attuale modello produttivo tarantino debba essere mantenuto indefinitamente, indipendentemente dai costi economici, energetici e ambientali.
La crisi dei combustibili fossili, l’instabilità dei mercati energetici e le trasformazioni della siderurgia internazionale impongono una valutazione rigorosa sulla sostenibilità dello stabilimento.
“Le dichiarazioni della sindaca di Genova, Silvia Salis, sulla possibilità per gli impianti genovesi di approvvigionarsi di semilavorati anche senza dipendere necessariamente da Taranto, rendono ancora più urgente chiarire quale sia la reale indispensabilità dell’attuale assetto industriale. Se l’ex Ilva è strategica per il Paese, il Governo deve dimostrarlo attraverso dati industriali, investimenti, tecnologie sostenibili e garanzie occupazionali. Se il modello attuale non è più sostenibile, occorre programmare una trasformazione economica del territorio”.
Il nodo centrale resta il futuro dei lavoratori
“Dove sono i progetti concreti per assorbire gli eventuali esuberi? Dove sono gli accordi con nuove imprese, gli investimenti alternativi e i programmi di ricollocazione? Gli ammortizzatori sociali rappresentano strumenti necessari nelle fasi di emergenza, ma non possono costituire la risposta permanente a una crisi che dura da decenni. Particolare attenzione deve essere riservata ai lavoratori dell’indotto, che non beneficiano necessariamente delle stesse garanzie riconosciute ai dipendenti diretti dell’ex Ilva. Per molti di loro la perdita delle commesse può significare la perdita definitiva del posto di lavoro”.
“Non possono esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Anche le organizzazioni sindacali devono confrontarsi con i risultati della propria azione. Dopo decenni di vertenze e trattative, la dipendenza occupazionale dalla siderurgia resta un problema irrisolto. La rappresentanza dei lavoratori deve misurarsi anche sulla capacità di contribuire alla costruzione di alternative occupazionali concrete”.
Analoghe domande – continua Taranto Popolare – riguardano il mondo imprenditoriale.
“Vincenzo Cesareo, alla guida di Comes, già presidente di Confindustria Taranto e del CdA di Indotto ILVA, ricopre oggi la presidenza della Camera di commercio di Brindisi-Taranto. Alla luce di questi incarichi, è legittimo chiedere quali risultati siano stati conseguiti nella diversificazione produttiva del territorio e nella creazione di opportunità occupazionali alternative alla siderurgia”.
Le responsabilità politiche attraversano governi e schieramenti differenti
“Taranto ha espresso negli anni rappresentanti parlamentari che hanno ricoperto incarichi di rilievo nazionale, senza che la crisi siderurgica trovasse una soluzione strutturale. Basti pensare al senatore Mario Turco, che durante il Governo Conte II ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla programmazione economica e agli investimenti. Quali risultati permanenti sono stati ottenuti nella diversificazione economica di Taranto? Quanti posti di lavoro alternativi sono stati creati? Quali investimenti hanno concretamente ridotto la dipendenza dalla siderurgia? Sono domande rivolte a tutti i rappresentanti del territorio, indipendentemente dall’appartenenza politica”.
“Anche l’attuale Amministrazione comunale deve assumersi le proprie responsabilità. Il sindaco Piero Bitetti ha partecipato ieri, a Bari, all’incontro con la Regione Puglia e le organizzazioni sindacali, conclusosi con la sottoscrizione di un documento unitario sulla vertenza ex ILVA. Taranto Popolare prende atto dell’intesa, ma ritiene necessario distinguere un accordo politico da un piano industriale concretamente realizzabile. La richiesta di un nuovo tavolo interministeriale e la prospettiva della decarbonizzazione non rappresentano, da sole, garanzie occupazionali né investimenti già disponibili. Quali risorse sono state individuate? Quali imprese saranno coinvolte? Quali tutele sono previste per i lavoratori diretti e dell’indotto? Quali scadenze vincolano le istituzioni? Una firma non è un posto di lavoro. Un tavolo non è una bonifica. Una promessa non è una riconversione industriale”.
Taranto Popolare chiede un piano straordinario nazionale che affronti contestualmente la cessazione delle attività inquinanti, il risanamento ambientale e la riconversione economica e occupazionale del territorio.
“Le bonifiche, la riqualificazione delle aree industriali, il porto, la logistica, la cantieristica, le infrastrutture, la ricerca e le nuove tecnologie devono essere parte di un progetto organico di sviluppo, senza illudere i lavoratori che le sole bonifiche possano assorbire automaticamente tutti gli esuberi. Ogni proposta deve trovare riscontro in documenti intelligibili, pubblicamente accessibili e verificabili, dai quali emergano risorse finanziarie, soggetti responsabili, investimenti programmati, tempi di realizzazione e risultati attesi. La politica è fatta di scelte. Scelte che possono essere difficili, impopolari e contestate nel momento in cui vengono assunte, ma che, se fondate su competenza, responsabilità e una visione realizzabile del futuro, possono produrre risultati concreti e duraturi. Governare significa avere il coraggio di decidere, spiegare le proprie decisioni e rispondere delle conseguenze, non rinviarle per evitare responsabilità”.
“Continuare a tergiversare espone Taranto al rischio di aggravare ulteriormente la crisi sanitaria, ambientale, economica e occupazionale. E a pagarne il prezzo saranno ancora una volta i cittadini, i lavoratori, le famiglie e le nuove generazioni. Per decenni Taranto ha pagato il prezzo delle non scelte. Non può continuare a essere sacrificata all’immobilismo politico e istituzionale. Alla vigilia della manifestazione di domani, Taranto Popolare ribadisce che il futuro della città non può essere affidato a nuove promesse prive di riscontri concreti. La mobilitazione del 17 ottobre richiama tutti a una responsabilità che non può più essere rinviata: garantire salute, dignità del lavoro e prospettive economiche sostenibili. Taranto non chiede l’impossibile. Chiede scelte coraggiose, progetti verificabili e risultati concreti. Il tempo delle non scelte deve finire. Taranto – conclude Mazzariello – non può più aspettare”.
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