Il Saie è da alcuni anni la sede per la presentazione del Rapporto Formedil-Cresme che fa il punto sull’attività dell’ente unico di formazione nel settore dell’edilizia. Il Rapporto 2026 – curato dal direttore di Formedil Stefano Macale e dal direttore del Cresme Lorenzo Bellicini – presenta decisamente il segno positivo per la forte crescita della formazione erogata nel 2025: 22.925 corsi (+12,1% sul 2024) di cui 19.544 dedicati alla sicurezza del lavoro, 200.799 allievi (+4%), 418mila ore (+11,5%).
Al tempo stesso, fin dalle parole introduttive della presidente del Formedil, Elena Lovera, appare chiara la consapevolezza crescente che proprio alla formazione spetti di dare un contributo decisivo per risolvere le criticità del mercato del lavoro che rischiano di mettere in ginocchio l’edilizia nei prossimi anni: la difficoltà delle imprese a reperire manodopera adeguatamente qualificata; l’invecchiamento della forza lavoro e la percezione dei giovani che l’edilizia sia un settore poco interessante; l’indebolimento della fascia di età 30-49 che dovrebbe essere, quanto a competenza e dinamicità, il pilastro dello sviluppo; la difficoltà di inserimento e stabilizzazione dei lavoratori stranieri extra UE (a partire dalla lingua). Criticità che, se non risolte in tempi brevi, porteranno a una esasperazione dello squilibrio fra domanda e offerta di lavoro.
Ma a esaltare il ruolo della formazione c’è anche la “fase di profonda trasformazione” che il settore vive. “Innovazione tecnologica, sostenibilità, sicurezza, nuove competenze e difficoltà nel reperire manodopera qualificata – si legge nell’introduzione del Rapporto a cura della presidenza Formedil – stanno cambiando il lavoro e, con esso, il ruolo della formazione. In questo scenario, Formedil Italia ha continuato a rafforzare la propria azione insieme agli Enti territoriali, accompagnando lavoratori e imprese nei cambiamenti in atto e consolidando il ruolo della formazione come leva strategica per la crescita del settore”. Alla consapevolezza del ruolo della formazione corrisponde la responsabilità di trovare soluzioni anche innovative in uno scenario che offre opportunità e rischi.
La ricomposizione dei mercati e la variabile inflazione
Nel Rapporto è contenuta una analisi congiunturale del Cresme che costruisce lo scenario in cui inserire l’evoluzione della formazione e le sue ambizioni per il prossimo futuro. Primo quadro: “Nel 2026 le opere pubbliche superano la manutenzione straordinaria residenziale e diventano il principale mercato. Il genio civile continua a crescere anche quando l’edilizia pubblica non residenziale comincia a rallentare. La componente privata non residenziale mantiene un profilo più stabile, sostenuto da rinnovo, logistica, trasformazioni produttive e data center. La nuova edilizia residenziale resta invece ridotta”.
Una delle novità sottolineate nel Rapporto è che “il risultato aggregato dipende dalla compensazione fra queste traiettorie. È una configurazione più diversificata rispetto al 2001-2007 e riduce il rischio di una correzione dovuta a sovrapproduzione abitativa. Aumenta, però, la dipendenza dalla capacità pubblica di trasformare programmi e stanziamenti in pagamenti, avanzamento fisico e opere concluse. La ‘cassa’ diventa quindi una variabile macrosettoriale”.
Opportunità e rischi dello scenario
Lo scenario centrale delineato dal Cresme “è sostenuto da cantieri già aggiudicati, programmi nazionali ed europei, manutenzione ordinaria e domanda di adeguamento del patrimonio. Le opportunità sono concentrate nelle infrastrutture di trasporto, nelle reti energetiche e idriche, nella riqualificazione tecnica degli edifici, nella logistica, nei data center e nella gestione del ciclo di vita. Questi mercati possono mantenere elevata l’attività oltre la fase dei bonus”.
Ci sono, però, anche i rischi che “riguardano attuazione, costi e domanda”. Nell’analisi Cresme si osserva che “ritardi autorizzativi, carenza di personale tecnico nelle amministrazioni, contenziosi, revisione dei prezzi e difficoltà finanziarie possono dilatare i tempi. Una nuova fiammata energetica o un aumento dei tassi ridurrebbero il potere d’acquisto delle famiglie e la convenienza degli investimenti privati, incidendo contemporaneamente sui costi pubblici. La dipendenza da pochi grandi programmi può inoltre produrre concentrazioni territoriali e operative”.
La previsione di un debole calo nel 2027 “va letta come primo scenario, non come automatismo”, avverte il Rapporto. “Il livello effettivo dipenderà dal grado di prosecuzione dei cantieri PNRR con risorse nazionali, dall’avvio della realizzazione dei progetti della programmazione 2021-2027, dagli investimenti dei concessionari e dalla capacità di sostenere la manutenzione privata con strumenti ordinari. Va inoltre presa in considerazione la positiva dinamica in atto nel mercato immobiliare dove le compravendite continuano un ciclo positivo che porta con sé interventi di riqualificazione”.
Come cambia il lavoro
Veniamo alla fotografia delle dinamiche in corso nel lavoro. Le costruzioni sono state il comparto con la crescita occupazionale relativa più intensa della fase post-pandemica. Secondo la rilevazione della forza lavoro nel 2025 gli occupati alle costruzioni sono 1,680 milioni, con un incremento del 26,7% rispetto al 2019; nel primo trimestre 2026 raggiungono 1,735 milioni, il 5,2% in più su base annua. “Dopo la flessione dell’1,1% nel 2023 – osservail Rapporto – l’occupazione cresce del 4,8% nel 2024, del 4,4% nel 2025 e del 5,2% nel primo trimestre 2026. Nello stesso periodo l’industria in senso stretto recupera solo marginalmente e i servizi crescono molto meno in termini percentuali. L’incidenza delle costruzioni sull’occupazione complessiva risale da meno del 6% nel 2018-2019 al 7,0% nel 2025 e al 7,17% nel primo trimestre 2026, pur restando sotto i livelli prossimi all’8,5% della metà degli anni Duemila”.
Più lavoro dipendente, più intensità e maggiore formalizzazione. La crescita non riguarda soltanto il numero delle persone, ma anche la composizione dell’offerta di lavoro. “Tra il 2019 e il 2025, secondo la contabilità nazionale, gli occupati delle costruzioni aumentano del 25,3%, le unità di lavoro del 30,8%, le posizioni lavorative del 26,9% e le ore lavorate del 33,1%. L’aumento delle ore supera quello degli occupati: oltre ad assorbire più persone, il settore utilizza più intensamente la forza lavoro. Nel primo trimestre 2026 le ore lavorate sono circa 890 milioni, vicine ai massimi del 2007-2008”.
Il motore principale della crescita è il lavoro dipendente. Fra il 2019 e il 2025 gli occupati dipendenti della contabilità nazionale crescono del 36,1%, le ULA dipendenti del 38,7%, le posizioni dipendenti del 39,5% e le ore lavorate dai dipendenti del 40,5%. Il lavoro indipendente aumenta più lentamente: +8,1% gli occupati, +20,0% le ULA e +21,6% le ore.
“La ricomposizione segnala imprese più strutturate, una maggiore formalizzazione e una capacità organizzativa più elevata. Anche il confronto fra diverse misure dell’occupazione suggerisce un’emersione di lavoro regolare. Il vincolo di regolarità connesso agli incentivi e alla partecipazione ai lavori pubblici può aver favorito la convergenza fra occupati di contabilità nazionale, occupati rilevati dalle Forze di lavoro e stime degli occupati regolari. Nel primo trimestre 2026 le posizioni lavorative raggiungono circa 2,2 milioni e gli occupati regolari stimati circa 1,68 milioni, massimi della serie ricostruita”.
Età, provenienza e competenze. Un aspetto decisivo anche nella progettazione di politiche di formazione è la composizione anagrafica della forza lavoro. “Fra il 2019 e il 2024 le posizioni dipendenti passano da 814.581 a 1.125.857, con un aumento del 38,2%; quelle indipendenti restano poco sopra 500 mila. La crescita dipendente interessa tutte le età, ma è polarizzata: +73,0% tra i 15-29 anni e +56,1% tra gli over 50, contro +18,4% nella fascia 30-49. Quest’ultima riduce il proprio peso dal 53,7% al 46,0% e diminuisce anche fra gli indipendenti. Il settore attrae nuovi ingressi e trattiene lavoratori maturi, ma rischia di indebolire la fascia che concentra esperienza operativa, ruoli di capocantiere e capacità di trasmissione delle competenze”.
La componente straniera diventa sempre più importante. “Tra i dipendenti, le posizioni extra UE raddoppiano da 108.523 a 219.366 e la loro quota sale dal 13,3% al 19,5%. Fra gli indipendenti aumentano da 44.234 a 66.696. Nella serie delle Forze di lavoro, gli occupati stranieri passano da 222 mila nel 2019 a 301 mila nel 2025, con una crescita del 35,3%, superiore a quella degli italiani. La tenuta dell’offerta dipende quindi da politiche di integrazione, sicurezza, formazione linguistica, riconoscimento delle competenze e accesso a percorsi professionali”.
Il profilo formativo migliora solo parzialmente. “Fra i dipendenti con titolo noto, la scuola secondaria di primo grado resta la componente prevalente, intorno al 44%. La quota dei diplomi superiori e della formazione post-secondaria sale dal 32,9% al 35,1%; i laureati di primo livello dall’1,7% al 2,4%; laurea magistrale e post-laurea restano intorno al 5%. Più problematica è la formazione professionale: le posizioni con qualifica rimangono quasi ferme e la loro incidenza scende dall’8,5% al 6,7%. Proprio mentre cantieri, impianti, sicurezza e digitalizzazione richiedono tecnici intermedi, il canale professionalizzante non cresce in proporzione alla domanda”.
Le criticità del capitale umano: cosa bisogna fare ancora
Il Rapporto rileva – a pagina 22 – che “l’espansione occupazionale ha reso più evidente una scarsità che era già strutturale”. E offre un ventaglio di risposte di cui il mercato del lavoro ha bisogno. E’ la parte del Rapporto che meglio chiarisce cosa bisogna fare, oltre la crescita che la formazione sta avendo. In quale direzione bisogna andare. “Le imprese hanno bisogno di operai qualificati, installatori, tecnici di cantiere, capisquadra, progettisti e figure capaci di utilizzare strumenti digitali”. La crescita delle posizioni con diploma “non è accompagnata da un analogo rafforzamento delle qualifiche professionali”: questo è un altro nodo. “Il rischio è un divario fra la domanda di competenze intermedie e la capacità del sistema formativo di produrle e aggiornarle”. Quindi
C’è poi il tema dello squilibrio generazionale che “è duplice. L’aumento dei giovani dipendenti è positivo, ma la crescita molto più debole della fascia 30-49 anni può ridurre la disponibilità delle figure che uniscono esperienza e capacità operativa. L’aumento degli over 50 conserva competenze preziose, ma rende urgente organizzare il ricambio. Apprendistato, formazione continua e trasmissione strutturata del sapere di cantiere diventano quindi strumenti di produttività, non soltanto politiche sociali dando un grande valore al sistema delle scuole edili del sistema FORMEDIL”.
Anche sul tema degli stranieri c’è ancora molto da fare. “La crescita della manodopera extra UE amplia l’offerta e sostiene l’attività, ma richiede investimenti specifici. Lingua, conoscenza delle procedure, riconoscimento delle qualifiche e accesso alla formazione incidono direttamente su sicurezza e qualità. L’integrazione non può essere affidata al singolo cantiere: servono standard di filiera e percorsi che rendano trasferibili le competenze acquisite”.
Il vero banco di prova: la tenuta della capacità produttiva dopo la fine degli incentivi
“Una parte rilevante dell’occupazione e della capacità produttiva – rileva il Rapporto Formedil-Cresme – è cresciuta in risposta a incentivi e programmi straordinari. La tenuta osservata nel 2024-2026 indica che il sistema ha assorbito la prima correzione, ma il vero banco di prova sarà la trasformazione della pipeline. Se le opere pubbliche, la manutenzione e le transizioni riusciranno a sostituire la domanda agevolata, imprese e lavoro potranno consolidarsi; in caso contrario, la frammentazione aumenterà il rischio di aggiustamenti disordinati.
La sostenibilità dipende anche dalla distribuzione delle competenze tra comparti. Passare dalla riqualificazione residenziale al genio civile o agli impianti complessi non è automatico: cambiano qualificazioni, requisiti, scala, organizzazione e localizzazione. Le politiche devono accompagnare la mobilità professionale e la crescita dimensionale, evitando di assumere che tutta la capacità creata durante i bonus possa essere trasferita senza costi”.
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