Bce e Federal Reserve hanno aumentato il costo del denaro, mossa che favorisce gli istituti di credito. Ma per ora in Piazza Affari dominano altre logiche. In attesa di un riallineamento
Quattro settimane consecutive di ribasso. L’indice Ftse Mib non ne infilava tante dal 2022 e l’anomalia arriva proprio mentre le banche centrali cambiano passo.
Il 10 settembre la Bce ha alzato per la seconda volta nel 2026 i tassi di riferimento di 25 punti base, portando quello sui depositi al 2,50%. Sei giorni dopo, la Federal Reserve ha seguito con un rialzo di un quarto di punto, il primo da oltre tre anni, che porta i Fed Funds tra il 3,75% e il 4% e lascia intendere un’altra mossa entro fine anno.
La regola dei manuali dice che i tassi in salita premiano banche e assicurazioni e puniscono chi ha molto debito e flussi di cassa da obbligazione, come le utility regolate. Un’elaborazione de L’Economia del Corriere della Sera, sintetizzata nella tabella in pagina, ha diviso quindici titoli di Piazza Affari secondo questa logica. Ma i casi di Unicredit, Unipol, Prysmian, Buzzi e Snam mostrano che il mercato, nella settimana delle decisioni, ha fatto quasi il contrario di ciò che la regola prevede.
Sportelli in campo
Partiamo dalle banche, le prime a incassare un rialzo perché il margine di interesse si adegua quasi subito: i prestiti a tasso variabile e la liquidità depositata presso la banca centrale rendono di più dal giorno dopo, mentre la remunerazione dei conti correnti si muove con lentezza. Unicredit, in progresso del 16,3% da inizio anno, è il caso di scuola. Dopo i conti del secondo trimestre Oddo Bhf ha alzato il prezzo obiettivo a 91 euro da 84, sostenendo che i risultati hanno «rafforzato i fondamentali molto solidi» del titolo. La raccomandazione resta però Neutral e il dettaglio pesa: il nuovo target lascia un margine limitato rispetto ai corsi attuali, dopo un rialzo che ha già incorporato buona parte del beneficio dei tassi. Il mercato sembra ragionare nello stesso modo. Nella settimana in cui Francoforte e Washington hanno alzato i tassi, Unicredit ha perso il 3,2% e Intesa Sanpaolo l’1,8%. La stretta era già nei prezzi e gli investitori hanno preferito guardare all’altra faccia della medaglia: un’economia che rallenta chiede meno credito e ne restituisce una parte con fatica e il costo del rischio tende a salire quando il margine migliora.
Il ritmo lento delle polizze
Per le assicurazioni il vantaggio è più lento e passa dal reinvestimento dei portafogli obbligazionari a rendimenti più alti. Il confronto tra Generali e Unipol mostra però quanto pesi poco questa leva rispetto alle storie societarie. Dopo la stagione dei conti semestrali Barclays ha alzato del 3% le stime di utile per azione su Generali e il prezzo obiettivo a 30 euro da 28,6, ma ha confermato l’Underweight: il titolo, in progresso del 27,4% da inizio anno, resta secondo gli analisti sopra il suo valore. Su Unipol, salita del 35,7% da gennaio, il giudizio è opposto, Overweight con target portato a 32 euro da 27,5. La ragione non sono i tassi ma l’operazione su Mps: Barclays include ora nei conti il contributo atteso dalla banca senese, alza le stime di utile 2028 di circa il 13%, un livello superiore del 16% al consensus e non conteggia ancora le sinergie di ricavo e di costo, che varrebbero un ulteriore 7-8% sull’utile per azione al 2030.
Tra gli industriali l’etichetta di beneficiario regge solo se il ciclo di riferimento è davvero forte. Prysmian, che vende cavi per l’elettrificazione delle reti, guadagna il 42,7% da inizio anno perché la domanda di infrastrutture elettriche cresce a prescindere dal costo del denaro; nella settimana ha comunque lasciato sul terreno il 3,1%, segno che anche i vincitori vengono venduti quando il mercato riduce il rischio.
Il ciclo delle costruzioni
Buzzi (già Buzzi Unicem), in teoria protetta dal ciclo delle costruzioni e dalla capacità di trasferire l’inflazione sui prezzi del cemento, perde il 27,2% da gennaio. Stesso scenario di tassi, esiti opposti: a decidere sono i fondamentali, non la sensibilità teorica. Il paradosso più evidente riguarda i penalizzati. Snam, Terna e Italgas hanno il profilo classico del bond proxy, cioè debito elevato e cedole prevedibili che il mercato confronta direttamente con il Btp e il conto lo hanno pagato da tempo: Italgas cede l’11,4% da inizio anno e Ubs ha limato il target a 10,6 euro da 11, confermando la raccomandazione Buy, alla luce della revisione delle stime di medio-lungo termine sullo spread. Nella settimana dei rialzi, però, i tre titoli sono saliti tra l’1,3% e l’1,8%. Non è solo un rimbalzo tecnico. Ubs ha promosso Snam da Neutral a Buy con obiettivo a 6,60 euro: «Dopo una performance molto buona nella prima parte dell’anno sulla scia di un piano industriale ben accolto, il titolo è sceso del 10% negli ultimi tre mesi e ha sottoperformato i peer, il settore e nel complesso il mercato italiano», spiegano gli analisti. La protezione non vale per tutti. Inwit, la società delle torri di telecomunicazione, cede il 16,9% da inizio anno e paga con un rendimento della cedola dell’8,4% il prezzo di un profilo interamente obbligazionario. Sul titolo Deutsche Bank ha limato il target a 9 euro da 9,5 euro, confermando però il rating Buy.
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